Vino nuovo in otri nuovi Lc. 5,33-39

In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere; così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!” ».

Lc. 5,33-39

Il contesto in cui è inserito il nostro brano di Vangelo è la scena della conversione di Levi. Gesù sceglie dei collaboratori, qualcuno che cammini con lui nelle strade polverose di Israele, annunciando l’imminenza del Regno di Dio. Ne sceglie 12, come le tribù d’Israele, numero simbolico dal chiaro sapore biblico ed escatologico. E come le tribù d’Israele, o i figli di Giacobbe a cui vengono fatte risalire, non sono omogenee né identiche fra loro, anche i Dodici scelti da Gesù non arrivano tutti dal medesimo ambiente né sono della stessa astrazione sociale. Levi è un pubblicano, un esattore delle tasse per conto dei romani, considerato massimamente impuro dai perbenisti perché, lavorando a stretto contatto con dei pagani, non si trova mai in stato di purità rituale né può seguire alla lettera tutte le regole che contornano la vita di un pio israelita: regole alimentari, digiuni, abluzioni…

Ora, Levi organizza un grande banchetto per festeggiare il grande cambiamento nella sua vita e invita Gesù, i suoi discepoli e un gran numero di colleghi esattori. Era evidente che avrebbe suscitato scandalo fra i perbenisti: il fatto che Gesù e i suoi discepoli, annunciatori del Regno di Dio, facessero festa con quella gentaglia impura era riprovevole! Molto meglio i discepoli di Giovanni il Battezzatore, essi almeno digiunavano.

E dato che Gesù era stato fra i discepoli di Giovanni, perché si era allontanato così tanto da loro e dalla loro buona condotta diventando un mangione e un beone? Gesù risponde a tono, prendendo a prestito immagini bibliche e proverbi popolari. Gli amici dello sposo, incaricati di accompagnare il corteo nuziale, non digiunano: c’è un tempo per digiunare e un tempo per partecipare alle nozze (sembra di sentire la saggezza del Qohelet e l’immagine del banchetto nuziale richiama alla mente le nozze fra Dio e il suo popolo, Israele). Il digiuno, e con esso l’osservanza della Torah, non viene screditato da Gesù, egli stesso è un ebreo e in quanto ebreo osserva la Torah e sa che la Torah stessa indica dei tempi ben chiari per digiunare e non prescrive un digiuno esteriore, fatto solo per farsi belli agli occhi degli altri. Gesù è purtroppo ben consapevole che un determinato modo di vivere la religione tappa gli occhi invece di aprirli. Sa che sia la religione intesa come semplice e meccanica osservanza di regole tanto per sentirsi a posto, sia la religione magica e superstiziosa che cerca di attirare la benevolenza di Dio a suon di opere pie, sia la religione intesa come possesso sicuro di Verità non negoziabili e intolleranti a qualsiasi novità, non sono al servizio della fede ma la impediscono.

Il Regno di Dio annunciato da Gesù contiene una novità così grande da poter rinnovare radicalmente una vita vecchia, stantia: è però necessario il coraggio di cambiarsi d’abito, abbandonando pregiudizi e false sicurezze. Non è possibile seguire esteriormente l’insegnamento di Gesù (come una toppa) e rimanere gli stessi di prima: si creerà uno squarcio maggiore. Non si può rimanere otri vecchi se si ascolta davvero l’inaudita novità di un Dio che ha il volto dell’Abbà di Gesù.