Una sapienza ri-conoscente Mt 11, 16-19

In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”.

È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Mt 11, 16-19

Conoscere è fin troppo facile. Riconoscere lo è di meno. Conoscersi, l’avventura di una vita, possibile solo a certe condizioni.

Conoscere è facile, nel mondo dell’informazione costante e totalizzante. Un click aggiunge notizie su notizie, l’informazione scorre sullo sfondo (filtrata da chi?) dandoci la sensazione che “accadano cose” in un flusso continuo, e così è. Ma accadono con noi? Nonostante noi? Cambiando qualcosa in noi? L’informazione pervasiva ci fa sentire partecipi del flusso o cinicamente estranei ad esso?

Altrettanto facile apprendere nozioni: cos’è un trigliceride? Quando visse il triceratopo? Chi è il trickster? In meno di un secondo qualsiasi risposta. Non sembra servire un grande discernimento; crediamo di poter, finalmente, sapere molto con un piccolo sforzo. Sarà una conoscenza consapevole e critica?

Possiamo facilmente conoscere gente, sempre più gente. Dai social alle chat, riallacciamo rapporti persi, ne creiamo per affinità, altri li osiamo e forse ci giochiamo di più, grazie a profili e avatar che ci conformano a nostro piacimento (e ci deformano quando perdiamo il controllo della situazione). Su Chatroulette, la app di successo che ci fa incontrare volti random fino ad ora sconosciuti, scegliamo se soffermarci approfondendo la conoscenza o passando al successivo (mediamente dopo due secondi, ci dicono gli studiosi del fenomeno). Ci siamo incontrati: ci riconosceremmo mai?

Siamo l’evoluzione biotecnologica della generazione di Gesù, ne riproduciamo le dinamiche. Per ballare con chi suona il flauto, o condividere un dolore con chi intona il suo canto di lamento, non basta conoscere di cosa si tratti: si deve muovere qualcosa dentro. Ri-conoscere è muovere incontro all’altro ascoltandolo, comprendendolo e lasciandolo risuonare in noi. Chi è uno che non mangia né beve? “Indemoniato”, dicevano in un click i dispensatori di conoscenza di allora. “Mangione peccatore” invece uno che mangia e beve. Veloce etichetta. Nessuna empatia, niente ascolto profondo e movimento incontro. Zero spazio a una novità sorprendente. Dunque nessun passo dentro di sé.

Il nuovo che viene non può essere atteso nel marasma di una superficiale e ipertrofica conoscenza. Il nuovo chiede di essere riconosciuto: nel dettaglio poco appariscente, dove si nasconde la verità delle cose; nella fragilità, che rivela l’autenticità dell’essere; sotto il profilo che mi costa osservare, per non imporre la grettezza di un occhio insicuro ed egoista quale il mio. Vigilante, accogliente, benevolente e pronto a discernere, è l’occhio che riconosce; soprattutto, sapiente nel riconoscersi a propria volta bisognoso del riconoscimento altrui. Riconoscente di questa offerta di una vita più umana e più piena.

Opera della Sapienza è chi, riconoscendosi debitore ad altri, e riconoscendo l’altro quale presenza promettente, impara a conoscersi autenticamente.