…Una Quaresima in Quarantena…

È un tempo, questo del Corona Virus, in cui il distacco, la lontananza, l’essenzialità che porta all’Essenziale da elementi connaturati nella proposta del viver il tempo Quaresima diventano fattori imposti validi per tutti.

Ho provato a fermarmi al termine di una giornata tra cellulare, tablet, pc e mi sono chiesto se questo voler comunque restare obbligatoriamente connessi, in contatto non fosse la prova palese di un timore quasi vertiginoso derivante dalla solitudine.

Sono tanti i solleciti ed altrettante le modalità di prossimità a distanza per rispondere alle prime necessità, ma la relazione, gli sguardi, un’inevitabile fisicità sociale è ciò che manca maggiormente. Il Corona Virus porta con sé o meglio in sé il Male, un male fisico che toglie il respiro, il fiato, la più impercettibile e fondamentale forma di espressione della Vita.

Quante situazioni smorzano il nostro respiro, sembra ci tolgano il fiato ed è proprio su questo respirare che vorrei riportare l’attenzione. Mi ha sempre sconvolto e travolto il verbo quaresimale, spirare. Rappresenta l’ultimo atto di totale abbandono e distacco da una situazione terrena, di prossimità, di legami verso una (con la grande sfida tipica di chi crede) che annulla quanto appena elencato è da centralità esclusivamente alla nostra vita interiore, a quella spirituale.

Sembra quasi un rincorrersi e richiamarsi di parole questo breve contributo ma spero abbiate notato che la parola spirituale richiama quello spirare di cui prima…Ciò che è vitale è inconsistente ma ci porta davanti a dei grandi stravolgimenti.

Quando ho bisogno di rifiatare, mi capita spesso di andare al mare (non importa la stagione) e mi fermo ad osservare l’effetto che si fa presenza del vento sull’immensità. È come se la direzionasse, se la rendesse pacata e tumultuosa al contempo, culla e suo opposto…eppure è solo aria!

Comprendere il valore dell’ordinario attraverso l’irrompere dello Straordinario significa non abbandonarsi supinamente all’abitudine, all’abitudinarietà ma essere capaci di sfrondare anche se stessi per capire cosa per noi è portante o meglio è…importante. Ce lo insegnava già benissimo la Bibbia, un testo che opportunamente selezionato introdurrei in tutti i corsi di Pedagogia generale, che anche se l’esperienza della potatura è per definizione dolorosa (quanto è difficile lasciare in una società che premia chi ha di più) è quella che permette di gustare dei frutti migliori.

Provo a tradurla nel pratico, lascio la tastiera anzi le tastiere che mi circondano (digitali e non musicali) e mi metto ad ascoltare cosa il silenzio in me stesso ha da dirmi…provaci anche tu, se ti va!