“Un DIO maschilista?”

Si può parlare di “femminismo” nella Bibbia? In senso proprio, ovviamente, no. In senso traslato, verrebbe da dire neanche, dal momento che la società che scrive la Bibbia è generalmente androcentrica e maschilista e gli autori biblici sono verosimilmente tutti, o quasi tutti, maschi.

Eppure…

Se teniamo conto di quanto il contesto puntasse esclusivamente in una direzione, può essere interessante notare in quante situazioni, e centrali, alle donne viene riservato un ruolo che ci si poteva aspettare non venisse loro riconosciuto.

In alcuni casi si può sospettare che le donne non vengano valorizzate per sé ma solo come esempio di deboli attraverso cui Dio fa grandi cose: è il caso della profetessa Debora che guida il popolo ebraico a una sorprendente vittoria contro i cananei (Gdc 4-5), della regina Ester che intercede per il suo popolo o di Giuditta che utilizza le armi della seduzione per uccidere il generale nemico, nei libri che portano il loro nome. Potrebbe essere anche il caso di Raab (Gs 2; 5), prostituta che ottiene la salvezza per la propria famiglia per aver ospitato e protetto due esploratori ebrei. C’è tuttavia da segnalare che di queste donne si esalta non solo la fragilità, ma anche la determinazione personale a condurre in porto la propria missione.

Possono stupirci un paio di altri passi: nel capitolo 24 del libro di Ezechiele al profeta viene chiesto di non fare il lutto per la moglie morta, segno del lutto che Dio non farà per il suo tempio. A stupire è il modo, assolutamente non prevedibile, con cui viene definita la moglie rispetto a Ezechiele (“Colei che è la delizia dei tuoi occhi”: Ez 24,16) e il fatto che sia immagine del tempio, del «luogo che Dio si è scelto per porre la sua dimora tra gli uomini».

L’altro passo forse sorprendente e buffamente tenero si trova nella dinamica tra Abramo e Dio: alla promessa ripetuta di un figlio, Abramo, su suggerimento della moglie Sara, prova a proporre un figlio concepito dalla schiava Agar e poi adottato legalmente dalla donna libera (Gen 16). Alla successiva apparizione divina ad Abramo e alla nuova promessa di un figlio, il patriarca prova a suggerire che forse il figlio promesso potrebbe essere Ismaele, nato da Agar (Gen 17,18). La riposta divina, quasi stupita (v. 19), sembra quasi sottintendere che ovviamente se la promessa era ad Abramo, coinvolgeva anche Sara, che non poteva essere tenuta fuori o dimenticata.

Ma il culmine di questa attenzione, che vediamo testimoniata in un numero magari ridotto di passi, ma tutti fortemente significativi, è raccolto nei primi tre capitoli della Genesi, pensati per parlare non solo dei credenti ma di tutti gli esseri umani.

Tralasciando l’analisi più ampia e complessa dei capitoli 2-3, notiamo semplicemente il piccolo capolavoro anche retorico di Gen 1,26-27: quando Dio decide di fare l’uomo, a sua immagine e somiglianza, probabilmente tutti i lettori si stupiscono di una simile valorizzazione della persona umana (secondo i miti babilonesi, a cui questo testo reagisce, l’uomo è plasmato dagli dèi inferiori per lavorare al posto loro; la donna è un progetto alternativo di dèi inferiori cattivi). E quasi di certo tutti i lettori, sentendo parlare di uomo, immaginano semplicemente l’essere umano “generico”, cioè il maschio (l’uomo vitruviano, come sappiamo, è “spontaneamente” maschio). Come se niente fosse, però, il versetto successivo riequilibra la situazione: «A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò». Immagine di Dio non può essere il maschio da solo, ma soltanto insieme alla femmina; Dio è anche donna, e l’idea che ci facciamo di Dio non può che essere più variegata e articolata.