Travi gemelle – Lc 6, 39-42

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Lc 6, 39-42

L’11 settembre è una di quelle date simboliche la cui ricorrenza ha la capacità di riannodare molti fili nella trama della memoria, che è sempre allo stesso tempo uno sguardo sul passato e sul presente. L’11 settembre ci dice di un passato non lontano in cui l’Occidente si è scoperto vulnerabile e sotto attacco e di un presente che, da quella lezione, ha imparato poco (davvero la storia non può insegnare?). Nel frattempo, la paura ha continuato a trovare molte case abitabili, e a ragion veduta.

Due torri gemelle implose sulle loro travi, un attentato portato al cuore non solo del potere occidentale, ma anche della sua vita economica, lavorativa, quotidiana. Subito la lettura più comoda: nemici fondamentalisti, tribali, scagliati in avanti nella storia dai primordi in cui sognavano di vivere, alla velocità di un aereo. La reazione: una “libertà infinita” (questo il nome della missione militare – punitiva che fu la sola reazione di superpotenze accecate da una grossa trave). A distanza di vent’anni possiamo forse dire di vivere in un mondo più libero e più equo? Molti indicatori ci dicono il contrario.

Una lettura più complessa è necessaria, specie dopo questi vent’anni; senza giustificazioni, senza indulgenze fuori luogo, ma con occhio realista. La rivendicazione violenta, la strategia del terrore che acceca chi colpisce gli inermi si possono curare, individuando i mali che generano intorno, nel mondo, frustrazione, rabbia, delusione, bisogno di leader, idee e chiavi che aprano portali immediati di rivalsa e restituzione di dignità (fittizia).

No, non possiamo continuare a guardare al mondo, ai suoi crolli, alla violenza diffusa, fino a che non togliamo la trave che ci acceca. La condizione di debito in cui ci ostiniamo a mantenere realtà del mondo che, nel passato come nel presente, abbiamo depredato di risorse, di manodopera a costo quasi zero (con lo schiavismo prima, con la delocalizzazione selvaggia e lo smantellamento di diritti elementari del lavoro oggi), e fondamentalmente di possibilità di aspirare a ciò che rappresenta una vita felice e riuscita, continuano a denunciare una responsabilità politica, culturale e morale in capo alle nostre comunità nazionali.

Come credenti potremo aiutare i nostri fratelli in Abramo a levarsi delle pagliuzze, solo quando avremo fatto tutto il possibile per levare le travi che ottundono lo sguardo a noi, a chi ci vive accanto, a chi decide per noi – e spesso anche con noi, con il nostro consenso – le grandi dinamiche di distribuzione di risorse, lavoro e possibilità di vita buona.

Riecheggiando le parole di Paolo nella prima lettura di oggi (1 Cor 9, 16-27), la corsa sul campo del mondo non è fatta per conquistare una corona che appassisce, evocatrice di spine che grondano sangue innocente, ma una corona che tributi dignità regale a ogni figlio di Dio che calca i suoi passi nel mondo.