Tra il fare ed il prepar(si) una lezione

Tutte le volte in cui mi ritrovo a preparare ex novo una lezione o a ricalibrare sulla classe quelle ormai ampiamente consolidate, aldilà dell’immediata preoccupazione sui contenuti ve ne è anche una rispetto al valore pedagogico “più grande” che quell’ora scarsa trascorsa nel presente, con il futuro, possa innestare nel futuro stesso.

La Didattica A Distanza ha sicuramente evidenziato numerosi deficit dal punto di vista dell’assenza recata dalla distanza, ma ha anche permesso di metterci alla prova rispetto ad alcune variabili nel mondo scuola e non solo: il tempo relazionato all’oggettiva attenzione da parte degli studenti. Ho provato diverse volte, a distanza di una sola settimana, ad attribuire semplici compiti legati al dover ricordare un discorso lasciato inconcluso, piuttosto che un tema da cominciare o una variazione organizzativa.

Ogni volta praticamente tutti se ne sono dimenticati e questo può assolutamente dipendere dal mio non essere il miglior insegnante ch esista, ma credo sia riconducibile anche al fatto che consegne di questo tipo sono state selezionate dalle loro menti come secondarie rispetto a quelle dell’immediata spendibilità, del terrore/tremore derivante da una verifica che potesse metterli alla prova al prezzo di un voto o anche più semplicemente minoritarie rispetto a molte altre urgenze.

Il mito del “qui ed ora” purtroppo regna sempre più sovrano e così, quando si cerca di ripercorrere un passato neanche troppo remoto, la sensazione è quella di un balzo nel vuoto. Non vasi da riempire ma fuochi da accendere e se così fosse in ogni ambito di educazione e formazione nessuno punterebbe più ad un accumulo famelico di nozioni, informazioni, relazioni e più genericamente cose, ma il percorso sarebbe esattamente contrario.

La stagione che stiamo vivendo irrigidisce la natura che, spoglia, ci appare nella sua essenzialità quasi incapace anche solo di tornare a dare frutto. Nei nostri “inverni interiori” colmiamo il divario, il freddo che ci fa rabbrividire con quell’anestetizzante esteriorità che ci appaga con piccole cose. Finché però ci accontenteremo di questo procedere, la verità e la giustizia taceranno ed proprio di queste due compagne che ciascuno ha massimamente bisogno per condurre un’esistenza all’insegna della vera felicità. Ho definito verità e giustizia come compagne e non come ospiti, perché di esse c’è bisogno di nutrirsi quotidianamente, come si fa con il pane (cum-pani).

Torno al preparativo della prossima lezione e vi sa saluto con una constatazione che si fa esclamazione, per un condivisa riflessione: “Che cosa mai avrò da dire, da dare o più impegnativamente da testimoniare se non ho attinto alla fonte che mi rende “sazio” e quindi capace di donare!?”