…Sul farsi dell’Estate…

È stata un’estate strana, diversa. Il distanziamento (che da sempre avrei definito fisico) è diventato sociale, purtroppo. Sono tornato a Torino dopo un brevissima pausa vacanziera immediatamente trascorsa la metà di Agosto ed ho incontrato volti provati da una rincorsa al recupero di quel “tempo perso” che la lunga quarantena aveva imposto.

Ho lasciato rassegne giornalistiche combattute tra discoteche aperte, chiuse e poi subito riaperte che facevano a cazzotti con quelle notizie di crescenti contagi uniti a gesti dalla devastante brutalità scatenati da una psiche troppo messa a dura a prova.

Mi sono fermato, la fortuna di poterlo fare davvero me l’ha data una comunque diffusa “metafisica cittadina” dove il meno con il poco mi hanno fatto compagnia.

L’essere umano porta in sé quell’instancabile tensione verso l’infinito che gli permette di realizzare il possibile proporzionato in base alle sue capacità. Siamo come terrorizzati quando ci/si rallenta e/o magari ci/si impone la sosta.

Significa acquisire quella consapevolezza che potrebbe non esserci una ripartenza, potrebbe voler dire certamente verificare il cambiamento ed essere disposti allo stesso.

Ce lo insegna la fisica; sia che si cada sia che si faccia un balzo l’istante successivo in entrambi i casi è fonte di qualcosa d’altro.

Passeggiavo lungo una scogliera alla ricerca di quegli anfratti di mare inesplorati dove la natura, nel suo esprimersi incontaminato, mi ricordasse che la bellezza sta nelle cose (oltre che nelle persone) pure.

Non nascondo timori e conseguenti tremori che crescevano ad ogni muover di passo: da un lato l’infinità del mare e dall’altro gli aspri spuntoni degli scogli. Va così. Si è come equilibristi spettacolari solo nel momento dell’esibizione e non dell’insano gusto dell’eterna tensione quando “si passa quel periodo” durante il quale non si sa da che parte stare.

Succede questo quando in una sempre più diffusa mediocrità d’apparenza non si decide che a volte è anche bello (utile è un aggettivo che riferirei sempre e solo al mondo delle cose) rimanere senza, riscoprire l’essenzialità, l’umiltà appunto, ossia l’humus che dà (la) Vita a tutto.