SOTTOSOPRA Gv 15,12-17

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Gv 15,12-17

Il modo che Gesù ha di intendere il rapporto dell’uomo con il divino sovverte alcuni punti cardine che molte tradizioni religiose e il senso comune normalmente gli attribuiscono:

1) Dio non è signore/padrone ma padre/amico.

2) Dio non chiede in primo luogo di essere servito ma è lui a donare se stesso per primo all’umanità.

3) Dio non chiede amore per sé ma che distribuiamo tra noi l’amore che abbiamo gratuitamente ricevuto da lui.

In quest’ottica la vita e l’amore sono prima di tutto un dono che precede qualsiasi nostro merito o iniziativa; eppure esse mantengono viva la promessa di felicità che contengono solamente nell’atto della condivisione e della reciprocità.

Soltanto all’interno di questa dinamica di dono gratuito e condiviso l’esistenza rivela il proprio senso e il desiderio di felicità che abita le profondità del cuore umano trova il proprio esaudimento (“perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda”).