Sacerdozio, tra i due Testamenti

Nella Bibbia ebraica e cristiana, Dio incontra l’umanità tramite mediazioni umane. Nel Primo Testamento ebraico lo fa attraverso i re, i profeti… ma anche mediante i sacerdoti.

Se la mediazione regale è caratterizzata dalla trasformazione imposta al mondo (il re “guida sulle vie del Signore”) e quella profetica dalla percezione del “cuore” di Dio, al di là delle norme che può aver dato nel passato, i sacerdoti garantiscono soprattutto l’affidabilità di norme, luoghi, garanzie.

Di fatto, nella forma finale assunta dal Primo Testamento esiste un solo luogo che sia “garantito”, ed è il tempio posto sul monte di Sion, a Gerusalemme. Questa concentrazione, che ubbidisce anche (e principalmente) ad altre logiche, è tuttavia ottima per cogliere il senso della mediazione sacerdotale, che vuole offrire la sicurezza di essere sulla strada divina, anche a costo di una certa rigidità. Se vogliamo, è opposta e complementare alla mediazione profetica, tutta concentrata sul “qui e ora”, capace di inventare soluzioni nuove, ma anche esposta al rischio di essere un’invenzione del sedicente profeta.

Questa mediazione si esprimeva soprattutto in due direzioni: verso l’alto, il sacerdote aveva il compito di far salire a Dio le offerte, segno dell’intenzione umana di una comunione con Dio; verso il basso, faceva discendere la volontà divina tramite l’annuncio e la spiegazione della parola divina.

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I primi cristiani, che cercavano di recuperare le modalità religiose del Primo Testamento adattandole alla nuova situazione, e che videro in Gesù il compimento della mediazione regale (espressa nell’affermazione della sua messianicità, dell’essere discendente di Davide, nel suo invitare a determinati comportamenti e scelte…) e profetica (molto più immediata, perché Gesù sostanzialmente dice di conoscere Dio come nessun altro, e invita a fidarsi semplicemente di Lui), faticarono tuttavia a capire in che modo Gesù potesse compiere la mediazione sacerdotale. L’impressione poteva addirittura essere che questa dimensione in Gesù si perdesse: d’altronde, è vero che al tempio si era presentato, ma mai nei vangeli si dice che abbia presentato un’offerta (anzi, ha criticato quei cambiavalute che non erano una deriva ma erano essenziali per il culto stesso: Gv 2,14-17). Né sembra particolarmente attento al rispetto letterale della legge.

Dopo non molti anni, però, compare uno scritto che sembra integrare questa mancanza. Per secoli è stato attribuito a Paolo di Tarso, anche per via del saluto finale (Eb 13,22-25) che però sembra più essere un’aggiunta, magari davvero paolina, a un testo che presenta una lingua, un modo di procedere e dei temi teologici che davvero non paiono suoi.

Negli ambienti biblici si cita spesso come battuta che la famosa “lettera di San Paolo apostolo agli ebrei” assolutamente non è di san Paolo, a essere pignoli non è stata scritta agli ebrei, e a ben vedere non è una lettera (il mondo degli studiosi raramente spicca per finezza ironica). È di fatto un trattato che intende dimostrare che Gesù porta a compimento anche la mediazione sacerdotale.

In estrema (anzi, eccessiva) sintesi, il tema viene trattato in due direzioni. Da una parte si dimostra che Gesù svolge adeguatamente la mediazione in direzione discendente, perché viene chiamato con titoli divini e riconosciuto molto superiore agli angeli: è quindi un sommo sacerdote “affidabile”, o “degno di fede”, perché conosce Dio come nessun altro (Eb 2,17). Nello stesso tempo, è un sommo sacerdote “misericordioso” perché conosce fino in fondo l’umanità, che ha condiviso fino al suo nucleo costitutivo, che non sono le grandi realizzazioni o pensieri, ma il dubbio e la morte (Eb 5,1-10).

Siccome poi nel mondo ebraico si era sacerdoti per nascita, e se Gesù è discendente di Davide, della tribù di Giuda, non può anche essere discendente di Aronne, della tribù di Levi, chi ha scritto questa opera va a recuperare l’enigmatica figura di Melchisedek, a cui Abramo, antenato anche di Aronne, pagò le decime, riconoscendolo superiore a sé e quindi anche ai propri discendenti (Eb 7).

Il cuore del discorso è che Gesù può mediare davvero tra divinità e umanità perché è autenticamente e profondamente Dio e uomo, tanto da non dovere più offrire nulla in sacrificio, in quanto ha presentato quello ultimo e definitivo, quello non dell’apparenza simbolica, ma della cosa stessa, di se stesso. Ecco perché i cristiani non offriranno più sacrifici né chiameranno “sacerdoti” (uomini del “sacro”, staccati dal quotidiano) i propri ministri. Perché non sono più mediatori che si “mettono in mezzo” cercando di fare da intermediari, provando ad essere sempre un po’ meno umani nella speranza di avvicinarsi a Dio, bensì semplici servitori di una mediazione che è stata compiuta definitivamente da chi non ha dovuto diventare “meno” di qualcosa per essere più dell’altro, ma ha assunto pienamente e fino in fondo entrambe le nature.