Re, in groppa a un asino

Nella tradizione cristiana si dice che con il battesimo si venga innestati (tra l’altro) nelle dimensioni regale, profetica e sacerdotale dell’esistenza di Gesù.

Può tuttavia accadere che ce ne sfugga il retroterra veterotestamentario, che peraltro si configura poco alla volta.

Nella sua forma definita, l’Antico Testamento è preoccupato innanzitutto della relazione tra Dio e l’uomo e della modalità con cui può essere mantenuta viva. Si identificano in particolare tre canali privilegiati attraverso cui questa comunicazione si dà, rappresentati da tre figure che non devono coincidere ma sono chiamate a collaborare e sono tutte essenziali. È una differenza radicale rispetto ai modelli culturali disponibili agli autori, ossia quello egizio del faraone ma soprattutto, e molto più significativo, quelli dei sovrani mesopotamici, che raccoglievano in sé le dimensioni regale e sacerdotale e accoglievano a corte profeti istituzionali.

Il re è colui che ha il compito di orientare la storia sulle strade di Dio, di offrire leggi che vadano in quella direzione, di farle rispettare e di guidare il popolo con il proprio comando ed esempio.

re babilonia (1).png

Non è innovazione o peculiarità israelita quella di un re che si presenti come umile, a dorso di un asino, protettore dei poveri. Di fatto già dagli imperi dal xviii al xiii sec. a.C. in Mesopotamia era stata introdotta questa immagine, che serviva a presentare il re come un grande padre che si sarebbe preso cura soprattutto dei più deboli. Siccome il cavallo, animale più veloce ma anche più fragile, che necessità di maggiore quantità e qualità di cibo, era collegato da secoli alla forza militare, il re si presentava a dorso d’asina, di un animale meno esigente, più lento ma tenace, quell’animale che era presente nella stalla di tanti contadini… A questa scelta di propaganda si accompagnavano altri gesti coerenti: all’intronizzazione il re decretava la remissione di tutti i debiti e l’amnistia per i carcerati (solitamente in prigione perché dimostratisi incapaci di pagare i propri debiti), insieme a banchetti pubblici, a beneficio gratuito soprattutto dei più poveri.

Se la tradizione dell’intronizzazione a dorso d’asino tenderà a perdersi (quando Gesù la recupera, fa un gesto in un certo senso arcaico), resterà in oriente l’abitudine che quando sale al trono un nuovo re si aprono le carceri e si condonano i debiti. La proclamazione dell’ascesa al trono di un re era annunciata da un araldo e definita “vangelo”, parola che sarà ripresa da Marco per definire la propria opera su Gesù, quasi annunciasse una simile intronizzazione regia.

In Israele si mantiene e difende (c’è chi dice con non poche forzature storiografiche…) l’idea che il primo re “approvato” (Davide, dopo l’esperimento fallito di Saul: 2 Sam 7) sia il fondatore di una dinastia perenne, i cui rappresentanti dovranno essere innanzitutto difensori dei deboli (2 Sam 1; 19,1-9; 1 Re 3,16ss.; Sal 72) e guida del popolo (Gdc 21,25; 2 Sam 5,2; Sal 101). Quando questa dinastia fallirà (2 Sam 11; 1 Re 11; 17; 25), sarà Dio stesso a prendersi l’incarico di sostituire questi re con un inviato celeste (Is 7,14-15; Mi 4,14 ss.; Ag 2,23; Sal 96; 99; 121; 124), un pastore buono (Zc 11; Ez 34) che in diversi testi sembra diventare Dio stesso (Sal 23; Ez 34,11-17).

Gli autori del Nuovo Testamento colgono che Gesù incarni appieno questa dimensione della relazione tra Dio e l’uomo, perché interviene a salvare i più piccoli, guarisce malati, rimprovera e castiga i potenti, corregge le leggi. Per suggerire questa lettura “inventano” la sua nascita a Betlemme, città di Davide.

re Gesù.png

Che si tratti di “invenzione” (ossia, che non sia una notizia storica, benché sia corretto e “storico” ciò che quella notizia significa) è evidente da più particolari: tutte le notizie al riguardo sono contenute solo nei primi due capitoli di Matteo e Luca, che non hanno pretesa storica come intendiamo noi (Luca, infatti, pone l’inquadramento cronologico all’inizio del capitolo 3), e devono spiegare perché poi Gesù sia noto come nazareno, facendo ricorso a due spiegazioni diverse, entrambe inverosimili. Se infatti Giuseppe e Maria (e Gesù) fossero di Betlemme e si fossero rifugiati solo dopo la nascita del bambino a Nazaret, in questa cittadina sarebbero noti come “i betlemmiti”, titolo che non compare mai; se invece avesse ragione Luca, resta da spiegare che cosa ci facessero a Betlemme, dal momento che ai romani interessavano i censimenti a scopo fiscale e al limite per l’arruolamento di soldati, per cui volevano che le persone si registrassero là dove vivevano, non doveva avevano avuto gli antenati (senza contare che abbiamo notizia storica di un censimento in Giudea solo nel 6 d.C.).