Ogni giorno è Parascève Gv 19,31-37

Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato) chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Gv 19,31-37

“Era il giorno di Parascève”: il giorno, cioè, di preparazione del sabato, in cui si cucina il cibo che si consumerà nel giorno festivo (la festa, infatti, è presa così sul serio che anche il lavoro di preparare i pasti è sospeso). Parascève è un momento carico di attesa; un’attesa fattiva, operosa, proiettata sul dopo, fatica frenetica che prepara il riposo affinché sia veramente sabbatico. Riempire già il bicchiere, infornare presto il pane, perché domani sia il giorno della pura condivisione di un tempo da dedicarsi reciprocamente.

C’è una Parascève cruenta, quella delle ossa spezzate ai due crocifissi, solidali nella morte ignominiosa del giusto; entrambi sembrano preparare il momento culminante, quando lo sguardo si posa su colui che, in croce, è già morto, e sangue e acqua scorrono a certificarne la fine: tutto è compiuto.

C’è una Parascève antica, scritturistica: da secoli la Parola prepara il momento che si sta compiendo, lo scempio sui corpi dannati dalla legge religiosa e civile, a cui oggi l’evangelista-testimone “volge lo sguardo”. Chi avesse preparato se stesso a futuri rosei spianati di inganno ha perso tempo e speranze: l’uomo giusto pende dalla croce, “tutta la legge e i Profeti” sono preparazione di una legge fatta dono, di amore e di perdono, ad un prezzo a volte così alto da poter coincidere con la vita stessa. Ci vuole molto, a preparare il dono che possiamo fare di noi; è del resto questa la via stretta che ci realizza: nel perderci, ci ritroviamo, il centuplo quaggiù e un’intera eternità.

È lì, aperto, il passaggio (la Pasqua) che introduce alla vita piena, realizzandoci fino in fondo nel dare noi stessi agli altri. È un passaggio a cui prepararsi lungo tutta una vita, non si improvvisa, non è ingenuo né facile. Però, nel prepararlo, tende il presente verso il futuro prossimo, come una corda gravida di vibrazioni per la vita. Ad accogliere il dono – che riceviamo, e che siamo – è necessaria una preparazione, fatta di mille momenti, sorrisi, prossimità, cura, che possono schiudere il nostro sguardo sull’altro, specie se sofferente, solo o bisognoso.

Ogni giorno è un passaggio alla Vita, un sabato solenne di Pasqua. E ogni giorno è Parascève.