Non c’è tempo…

Quanto tempo resta? Quanto tempo mi dai? Fino a quando avrò tempo?

Sono tanti i modi di intendere il soggetto più volte oggetto di ripetizione nelle suddette ed altre questioni…ma è il tempo ad interrogarci, a segnare e a segnarci, a scandire la nostra ciclicità e linearità.

Proprio così, il tempo “alla greca” è ciclicità attorno ad un Io che autodefinendosi si auto circuisce.

Penso all’immagine di qualsiasi orologio ed al nostro immaginario condizionato dal pensare al tempo come ad un susseguirsi di tanti istanti non proiettati né orientati ma differenziati anche per l’esistenza di un “momento opportuno” in cui qualcosa ha la pretesa di distanziarti, quasi di strapparti dall’odierna routine per “farti sapere vivere”.

È su questo sapere che l’accezione si fa doppia: sapere è un’attività teorica, un’esperienza conoscitiva ma è anche possibilità di acquisire un sapere, un gusto che diventa irrinunciabile percezione dell’avere bisogno di “piccole cose”.

Darsi e dare tempo diviene quindi una probabile soluzione per rallentare la “freccia rossa esistenziale” e risalire su un “inter-regionale” che nel suo lento procedere permette una maggiore consapevolezza del “circondato” e del “vissuto”.

“Attenzione quindi a non maturare in fretta, si marcirebbe prima!”… questo è quello che provocatoriamente dico ai miei studenti quando si dichiarano famelici di accumulare esperienze. La vita però si può sempre (e solo) sperimentare, la Vita va conosciuta!