Monoteismo ebraico?

            Si pensa e si sente dire spesso che la cultura ebraica avrebbe portato nel mondo la novità del monoteismo, che contraddistingueva Israele da tutti i popoli che lo circondavano. Ma è poi vero?

            Nel 1868 a Dhiban, in Giordania, veniva portata alla luce una stele di basalto in cui il re Mesha esaltava l’impresa alla quale era stato chiamato dal dio Kemosh, che lo aveva portato a liberare il suo popolo moabita dall’oppressione di Omri, re di Israele. Il tono e l’esultanza ricordano un po’ la liberazione degli ebrei dall’Egitto (Es 15), salvo che stavolta i “cattivi” sono personaggi biblici. È vero che Omri è un re di Israele, del nord, e viene presentato dalla Bibbia come un re malvagio (1 Re 16), ma secondo alcuni in una riga della stele si leggerebbe anche il nome della “casa di Davide”. Il ruolo del dio Kemosh, comunque, è assolutamente simile al ruolo di Jhwh, il liberatore che ha abbandonato i suoi per qualche tempo all’oppressione straniera, per riconquistarsene la fiducia e tornare a liberarli.

            Anche le città fenicie si riconoscevano in un “baal”, che significa semplicemente “signore, padrone”, che si prendeva carico di mantenere l’ordine nella successione delle stagioni e che era la figura di riferimento per quella città.

            D’altronde, gran parte dei testi biblici sembrano presentare la lotta di Jhwh, “Dio d’Israele”, contro gli “altri dèi”, che siano Baal, Ashera o altri ancora. Ossia, sembra proprio che si sia chiamati a una “scelta di campo”, per il “nostro dio” o per gli altri. E questo non è monoteismo, perché non nega l’esistenza di alternative. Tecnicamente, si definisce enoteismo: esistono diversi dèi, ma noi vogliamo essere legati a questo solo.

            Fino all’esilio babilonese, sostanzialmente, Israele non si distingue dai vicini se non perché è stato scelto da Jhwh anziché da altri. In esilio, progressivamente, la coscienza religiosa evolverà fino a confidare che altri dèi non siano altro che creazioni umane. Ma il passaggio religioso che avviene in esilio è qualcosa di tanto grandioso da meritare, semmai, altri approfondimenti.