Matteo 21,33-43.35

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato

è diventata la pietra d’angolo;

questo è stato fatto dal Signore

ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.

Mt 21,33-43.35

Gesù sa benissimo cosa sta facendo: si sta mettendo contro un’istituzione religiosa che ha perso la sua anima, si sta scagliando contro un modo di vivere la religione che non ha più nulla a che vedere con Dio. Gesù si trova nel Tempio di Gerusalemme, in quello che avrebbe dovuto essere il cuore pulsante della fede ebraica, il nodo nevralgico del culto a Dio, il luogo di preghiera e di giustizia per eccellenza. L’ebreo Gesù si scontra con i sommi sacerdoti, con coloro che avrebbero dovuto garantire e perpetrare il culto a Dio nei secoli dei secoli, ma che invece preferivano giocare con il potere e il denaro. Gesù denuncia il loro tradimento, li accusa di avere ucciso i profeti, uno a uno, senza nemmeno ascoltarli. E’ un atto gravissimo quello di Gesù: trasporto nella società cristiana odierna sarebbe come andare in Vaticano e incolpare alcuni alti prelati di collusione con il potere ingiusto, di attaccamento al denaro, di alto tradimento alla Parola dell’Evangelo. Gesù sa che l’istituzione religiosa può scollarsi dalla fede in Dio che pur intende garantire e portare avanti, Gesù conosce bene la tentazione del potere e del denaro: lui non ne è immune, le ha incontrate e combattute, ma ha scelto il Padre e la sua giustizia. Gesù, come i profeti precedenti, conosce fin troppo bene la deriva che può prendere un culto svuotato e ridotto a copertura per interessi di potere, grandi o piccoli che siano.

“Dice il Signore: Smettete di presentare offerte inutili” tuonava Isaia – e Amos prima di lui “L’odore dell’incenso è per me vomitevole […] Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste religiose, per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non le ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,10-17 cfr. Am 7,21-27).

E smettiamola di leggere questi oracoli, questi brani di Vangelo, come se i profeti si rivolgessero a gente che con noi non ha nulla a che fare, a una società morta, passata, estinta. Isaia, Amos, Gesù, stanno parlando a me, a noi, cristiani di oggi. Che significato ha il culto, che significato ha l’appartenenza religiosa, che significato hanno la messa, le preghiere, le feste religiose? Che significato hanno la quaresima, le celebrazioni di Pasqua? Sono un involucro vuoto, un retaggio sociale di un passato mezzo morto, un modo per sentirci qualcuno, un’abitudine? Ha senso digiunare in quaresima e sperare che i barconi di immigrati si ribaltino nel mare? Ha senso portare la statua di Maria per le strade del paese e sfruttare i miei dipendenti?

Il culto ha senso quando è accompagnato da gesti di cura e di giustizia, altrimenti siamo come i vignaioli, che si tengono il raccolto e ammazzano servi e figlio, convinti di agire seguendo la Parola di Dio, ma che Parola di Dio non è.