L’insegnamento dei conquistati

Nel 587 a.C. Gerusalemme viene conquistata dall’esercito babilonese. La pratica babilonese nei confronti dei conquistati richiamava quella assira, anche se si era fatta più tenera. Se gli assiri, oltre alle “normali” crudeltà belliche, deportavano i quadri dirigenti delle nazioni conquistate (famiglie nobili, ma anche contadini più ricchi, scribi, famiglie sacerdotali più importanti, commercianti più solidi… tutti coloro che avrebbero eventualmente potuto guidare una rivolta) sparpagliandoli in tutto il loro impero, i babilonesi lasciavano che i deportati risiedessero insieme, nella città centrale dell’impero. I babilonesi, probabilmente, confidavano che la magnificenza della loro capitale, con fontane d’acqua nelle strade, la grande via centrale lastricata, le enormi ziqqurat ricoperte di metalli preziosi, i giardini pensili, su una superficie di circa 100 ettari, forse 2 o 3 centomila persone, avrebbe sedotto molto più della violenza.

In effetti, anche molti ebrei si fermeranno lì per le generazioni seguenti, avvinti da un mondo multiculturale, vivo e affascinante.

A sorpresa, però, quel gruppo di persone, numeroso se rapportato alla realtà giudaica ma sparuto nella metropoli babilonese, resta compatto, mantiene viva la propria antica lingua, continua a trasmettere e mette per scritto le proprie tradizioni, anzi, confrontandosi con le tradizioni religiose scritte sull’origine dell’uomo… le corregge! Sì, perché i babilonesi avevano un testo, ripreso dalle tradizioni antichissime che risalivano addirittura ai sumeri, secondo cui l’uomo era il prodotto dell’inventiva degli dei inferiori, stufi di dover lavorare la terra per quelli più importanti. È insomma come un robot, uno schiavetto che è assemblato per permettere al suo creatore di riposare. Il ruolo dell’uomo, secondo la mitologia babilonese, era di sostituire gli dei “di serie B” al lavoro.

Ebbene, gli ebrei, benché vinti e deportati, decidono però che sul ruolo dell’uomo nell’universo e sul volto di Dio hanno qualcosa da insegnare, e scrivono il primo capitolo della Genesi, dove è il Dio unico, signore assoluto dell’universo, ad aver creato tutto e ad esserne soddisfatto («È buono!»: Gen 1,10.12.18.25), e poi a fare l’uomo a immagine propria. Se per i babilonesi la femmina era stata creata dagli dei cattivi allo scopo di disturbare il lavoro dei maschi, per Genesi immagine di Dio sono l’uomo e la donna, alla pari, perché Dio è anche femminile (Gen 1,27). Se per quelle tradizioni gli esseri umani erano caotici e non valevano molto («Il chiasso degli uomini disturbò il riposo degli dei», che mandarono una volta la carestia, un’altra le malattie, un’altra il diluvio…), il Dio biblico lascia il comando di «crescere e moltiplicarsi» (Gen 1,22). Se per la grande Babilonia gli uomini sono un male sopportato dagli dei perché ne vengono nutriti, per la Bibbia Dio, quando guarda all’uomo, può solo esplodere in un «È molto buono!» (Gen 1,31).