L’esercito degli esclusi

Intorno al XIII secolo uno o più reucci cananei scrive al faraone lamentando la presenza, nel suo territorio, di ĥapiru. Costoro rappresentavano un gruppo umano particolare.

Nell’antichità il carcere non viene ritenuto solitamente uno strumento di punizione di malfattori. Le punizioni per lo più sono fisiche, corporali, sotto forma di frustate, bastonate o altro, oppure sono sanzioni economiche. Il carcere, con il trattenimento del reo, è previsto praticamente solo per il caso di debitori insolventi. Più che essere una punizione, si trattava di una forma di ricatto, di sequestro, con l’invito alla famiglia a saldare ciò che non era stato restituito…

Si era in effetti imposta la tradizione secondo cui i re dovessero mostrare una grande gloria, fatta di una reggia solenne, di una corte imponente, di un tempio regio all’altezza delle altre pretese. Il modello era costituito dai re mesopotamici o dal faraone, che però avevano sotto di sé un grande numero di sudditi. Quel modello, infatti, è costoso, e anche se veniva pagato dalle tasse, non tutte le regioni avevano abbastanza margine economico da poter sostenere un grande re. In Canaan, poi, il territorio è piccolo e arido ma i sovrani erano molti. Si può immaginare che il peso sulle popolazioni fosse grande.

Un contadino il cui raccolto fosse stato devastato dalle locuste o dalla siccità, si trovava facilmente di fronte alla possibilità di non pagare le tasse (ben difficile) o di ricavare i soldi necessari vendendo ciò che poteva: beni (che però servivano per produrre altri raccolti), figli o crediti. E quando gli anni successivi non fossero stati particolarmente fortunati, era probabile che il debito non sarebbe stato ripagabile e il contadino sarebbe stato costretto al carcere.

A meno di fuggire. Ma dove andare? In tutti quei campi semidesertici che i Cananei non riuscivano ad occupare e coltivare abbastanza. A rubare un po’ di spazio, qualche cereale coltivato, qualche fonte, provando a sparire dai registri. Ecco perché ogni re appena salito al trono proclamava, insieme a banchetti pubblici gratuiti, lo svuotamento delle carceri e la remissione dei debiti pregressi (quello che qualche secolo e una lingua più tardi, ma in un contesto simile, si sarebbe chiamato “vangelo”).

I re cananei chiedevano al faraone di essere liberati da quegli ĥapiru, nel XIII secolo. Perché li attaccavano con i loro carri di ferro condotti da cavalli, ma quegli altri smontavano le loro tende e scappavano, per poi ritornare sempre lì.

Tre secoli più tardi in quella regione si costituirà un regno ebreo, in ebraico ˁiber. Se si tiene conto che nelle lingue semite le vocali non hanno rilevanza e che il passaggio da “p” a “b” è normale anche per noi, mentre quello da “ĥ” a “ˁ” è normale in ebraico, la sensazione è che si tratti della medesima popolazione. Che ha sognato un Dio che prendesse le parti dei reietti, dei lasciati da parte, degli esclusi dalla società, e in Gdc 5 lo ha cantato, dopo una battaglia che, a sorpresa, ha visto la pioggia (normalmente arma dei nemici) arrivare al momento giusto per far straripare un torrente e trasformare i carri da guerra in trappole, e le fionde della massa ebraica in armi micidiali. Un Dio che, anziché scegliere i migliori, aveva scelto gli esclusi del mondo.