Kosher

Già gli antichi sapevano che gli ebrei mangiavano solo alcuni cibi, cucinati in certi modi specifici. Anche se solitamente anche gli ebrei si aspettano che i goim (cioè i non ebrei), nonostante tutta la migliore volontà, non siano in grado di rispettare tutte le regole di purità (o di kasherut, mentre oggetti o cibi puri sono definiti kosher, o kasher), si sa, come minimo, che non mangiano maiale. A partire da qui una delle spiegazioni diffusa è che le norme di purità intervengono a dare rilievo religioso a quelle che in realtà sono buone pratiche igieniche: ad esempio, quella del maiale sarebbe una carne particolarmente difficile da conservare in modo sano in un clima caldo come quello mediorientale. Lo si scrive anche in enciclopedie, ma è sbagliato; d’altronde, basterebbe pensare che i pesci sono invece kosher, e non si può immaginare che siano più semplici da conservare della carne di maiale.

            La ragione di fondo per cui un animale è puro, invece, è perché Dio ha stabilito che lo sia. Volendo, possiamo cogliere però due motivazioni a monte che possono aver portato a pensare che secondo Dio un certo animale fosse puro oppure no.

La prima è l’ordine. Le norme di purità vogliono restituire un mondo ordinato. Nei primi capitoli della Genesi, seguendo l’ideologia già sumera, è vivificante ciò che è ordinato. E gli ebrei vedevano che la maggior parte degli esseri che vivono nell’acqua sono pesci, che gli uccelli per lo più si nutrono di insetti, che i ruminanti di solito hanno l’unghia divisa in due.

Ecco che diventano impuri gli animali che vivono in acqua ma non hanno squame e pinne (niente crostacei…), come pure gli uccelli rapaci, e, tra i quadrupedi, quelli che o ruminano ma non hanno l’unghia divisa in due (ossia, non camminano su due dita: ad esempio il cammello) oppure hanno l’unghia divisa in due ma non ruminano, come il maiale. Se è stato quest’ultimo a diventare più “popolare”, è perché la cucina romana antica utilizzava il maiale in quantità massicce; non mangiavano invece cammello, per cui non si erano accorti che era impuro anche quello.

            La seconda ragione è più raffinata. Ancora oggi gli ebrei osservanti hanno due serie di stoviglie, per la carne e per “il latte”, ossia per tutti i cibi derivati da latte o latticini: i due tipi di cibi non si devono infatti confondere (il parmigiano sul ragù è impuro…). Si tratta di un’estensione del comandamento «Non cuocerai un capretto nel latte di sua madre» (Es 23,19; 34,26; Dt 14,21).

Alla base c’è il rispetto per il creato. Cuocere un capretto in ciò che gli ha fatto da primo nutrimento per vivere è una crudeltà, anche se né la capra né, verosimilmente, il capretto se ne rendono conto. Chi però cucina deve ricordarsi che la vita animale gli è stata data in concessione perché se ne cibi, ma non ne può abusare, non è in suo potere.

Ogni volta che un ebreo decideva (o decide) se cucinare un piatto di carne o di latte, si ricorda che può servirsi della natura, ma entro certi limiti, che in ultimo richiamano la compassione verso tutto ciò che è stato creato da Dio.