In cohousing Gv 14,1-6

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Gv 14,1-6

Chi è andato a passeggio sul far della sera, in questi ultimi mesi, ha visto molte più saracinesche alzate e luci accese nei palazzi, tutte insieme, come se la tanta energia vitale che ogni giorno dissipiamo in mille faccende anche serali fosse finalmente trattenuta un po’ più a lungo nei luoghi del sonno e dei pasti. Abbiamo avuto un’impressione di edifici con molta più vita brulicante all’interno, e di lì via a interrogarci su che relazioni, quali fatiche, quanti minuti, angoli e parole ritrovati, in certi casi dopo chissà quanto tempo. Più luci, più balconi, più presenze. Quali legami, gli uni con gli altri, finito il flashmob?

C’è una casa illuminata da sempre da una presenza di Padre (o di Madre, se vogliamo). Non è la nostra: è normale ed è bello che da figli si viva in una casa diversa, se chi ci ha generati è colui/colei che dona e incoraggia alla libertà, e se il mondo non ci costringe per qualche brutto motivo a rifugiarci nella casa di un tempo. Non è neanche, in senso stretto, una casa semplicemente, ma un oikos: un complesso di case e di stanze, di corridoi per incontrarsi e comunicare ma anche di porte, le cui maniglie ogni volta ci chiedono di domandarci che cosa, e chi, stiamo cercando, nell’uscire, stare sulla porta, rientrare… In quella casa non si vive schiacciati per forza l’uno sull’altro, ma nemmeno puoi far finta che oltre il pianerottolo ci sia Nessuno. Ogni volta un buongiorno, una scusa, la scelta di un legame da rinnovare a ogni passo, di cui ringraziare o su cui faticare.

Sono molte le stanze di quell’oikos, casa comune: non sono loculi abitativi né miniappartamenti, soluzioni commerciali ridotte al minimo dello spazio. Sono monai, secondo il greco del Gesù di Giovanni, cioè luoghi in cui dimorare, poter restare a lungo, trovare un significato e una pace nella coabitazione. Abbiamo toccato con mano in questi mesi la difficoltà di adattare case vissute di corsa a tempi più lunghi, abbiamo però scoperto che è possibile, se i legami al loro interno e con chi è vicino sono accoglienti e reciproci. Abbiamo imparato che si vive con rabbia quando lo spazio lo si reclama e lo si rivendica; abbiamo capito che solo nel “far posto” agli altri si trova il proprio, di posto, dove – semplicemente – si sta. E si può stare bene.

Fare posto, allargare lo spazio, dare respiro: è questa la nostra casa-destino, qualunque sia l’ammontare dei metri quadri a disposizione. La filosofia del cohousing, dimora personale e condivisione di luoghi e di storie; la magia della saga di Harry Potter, dove i confini di una piccola tenda, quando si è accolti al suo interno, possono dilatarsi ed aprirsi pressoché all’infinito. Giovanni offre la magia – verità dell’incontro con una Vita e una Via: il cohousing di esistenze mai così differenti da non poter trovare posto, mai così uguali da poter privare qualcuno di un luogo suo, in cui stare (e bene).

Con libertà di riconoscersi, e regalarsi spazio, in una casa che non è ancora, del tutto, la nostra, ma che già ci è data come modello a cui guardare per il tempo presente, e come destino comune per ciascuno di noi.