Il Profeta

Il mese scorso abbiamo provato a presentare in estrema sintesi in che senso nell’Antico Testamento il rapporto tra Dio e l’umanità passi dalla mediazione regale e in che senso Gesù è ritenuto compiere quella mediazione.

La mediazione regale, però, non dice tutto. Si completa con quella sacerdotale (che lasciamo al mese prossimo) e con quella profetica.

Se il re, idealmente, orienta il comportamento degli altri, il profeta cerca di cogliere quale sia la relazione corretta tra l’intenzione divina e l’attualità. E cerca di farlo non facendo riferimento tanto o soprattutto alla legge divina, quanto al cuore stesso di Dio. La domanda del profeta è qualcosa del tipo: “Ma Dio, qui, al nostro posto, che cosa farebbe?”. È un approccio che non prova ad ubbidire a Dio, ma piuttosto a pensare come lui, a essere creativo ma per immedesimazione.

È comunque chiaro che l’immedesimazione può essere pericolosa. Chi mi dice che ciò che un sedicente profeta annuncia sia affidabile? Che non stia semplicemente seguendo le sue fantasie?

Non mancano testi che provano a fare chiarezza, tra i quali il più famoso e completo è probabilmente Dt 18,9-22, dove si precisa che il profeta debba essere israelita, ritenere di parlare non a nome proprio, dare come conferma delle previsioni sul futuro che si svelino corrette (ma non sembra un criterio utilizzabile, perché sarebbe ormai tardi per ascoltare il profeta), che compia miracoli (anche se la maggior parte dei profeti in realtà non ne fa) e che annunci temi coerenti con il resto della rivelazione.

Non pare un granché. In effetti, se un re produce dei sudditi, un profeta è come se producesse altri profeti, che sono stimolati a chiedersi se davvero Dio potrebbe pensare così. È la dimensione più affascinante e creativa anche se sfuggente e pericolosa.

I profeti segnano in Israele l’inizio dell’individualità, di cui ci si deve fidare. In questo senso il loro insegnamento (che, situato storicamente, può passare presto di valore) è soprattutto in questa idea che nel rapporto con Dio occorra scommettere, intuire, cercare di capire, fidarsi.

Se in Israele i re vengono dalla tribù di Giuda e dalla famiglia di Davide e i sacerdoti dalla tribù di Levi e dalla famiglia di Aronne, i profeti… non hanno pedigree. Possono essere anziani, giovani, anche donne (Maria sorella di Aronne, Debora, Culda: 2 Re 22,14; Noadia, che forse è falsa ma non lo sappiamo: Ne 6,14).

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Un Gesù che viene da una cittadina galilaica sconosciuta, che «parla con autorità, non come gli scribi» (Mt 7,29: gli scribi non parlano con autorità perchè commentano la legge), che pretende di sapere come la pensa “il Padre”, che vive fuori dagli schemi, che prende posizioni fuori dagli schemi, che viene affascinato da una figura chiaramente profetica come il Battista (che invita a fare un rito di purificazione “antico” ma non passando dal tempio, bensì fidandosi del suo lavacro), che racconta parabole (che non dicono che cosa bisogna fare, ma costringono a pensare)… non poteva che suonare come un profeta.

Infatti, quando chiede «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27-28), ottiene tre risposte che vanno tutte nella direzione profetica.

I cristiani ripetono convintamente che dopo Gesù la profezia non è chiusa, anzi questa dimensione è data in dono a ogni battezzato, autorizzato a chiedersi e capace di rispondersi “che cosa farebbe Dio al posto mio?”. (Volendo, era già un sogno intuito da Gl 3,1-5). Anche per noi deve essere chiaro che il rischio può essere quello di “inventarsi” Dio, ma il pericolo non toglie la necessità di impegnarvisi. A essere utile può risultare forse soprattutto la dimensione ecclesiale («Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione», 2 Pt 1,20-21, ossia non vale solo per me), ma resta l’appello a non spegnere lo Spirito, non disprezzare le profezie (1 Ts 5,19-20).