Gesù, il Maestro e i discepoli profeti Mt 22, 34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Mt 22, 34-40

Dal primo versetto si comprende che l’anonimo fariseo era uno dei più grandi esperti di Sacra Scrittura. Compito dei dottori della Legge era insegnare la Parola di Dio, interpretandola in modo corretto. L’anonimo si rivolge a Gesù chiamandolo “maestro”. Gesù ha sempre accettato questo titolo, inserendosi così tra coloro che avevano il compito di insegnare, ma anche accettando il confronto con gli altri “rabbì”.

Il Vangelo di oggi ne è un esempio: il fariseo interroga il Maestro ed egli risponde in modo semplice, chiaro, conciso, convincente. Il comandamento più grande, quello dell’amore, è la chiave di lettura di tutta la Sacra Scrittura. Si mettono di fronte l’amore eterno di Dio che si rivela nelle pagine della Bibbia e l’essere umano, che potrà entrare in dialogo con il Signore aprendo il cuore, l’anima e la mente.

Sono due cammini che si incontrano: l’infinita e paziente pedagogia di Dio che si rivela progressivamente nella storia personale e comunitaria e la creatura umana che ha sete di incontrare e conoscere Dio. Gesù, il Maestro, rivela il disegno misericordioso di Dio e si mostra come via, verità e via. Gli insegnamenti di Gesù si distinguono da quelli degli altri maestri, perché ha autorevolezza e la sua vita corrisponde alla sua dottrina.

La Chiesa ha un grande compito pedagogico e riceve autorevolezza dal suo Signore; papa Giovanni XXIII la definì “Mater et magistra”, “Madre e maestra”, come titola una sua enciclica del 1961. Non vogliamo essere cristiani anonimi, ma discepoli, chiamati per nome dal Maestro, che ci coinvolge fin dal battesimo in una missione sacerdotale, profetica e regale. La dimensione profetica del cristiano indica il compito di parlare in nome di Dio: lo possiamo e lo dobbiamo fare! Non improvvisandoci come emissari divini o detentori di improbabili rivelazioni interiori, ma come portavoce del Vangelo, con la vita e con le parole.

Qui diventa necessario unire la componente personale a quella comunitaria: la Chiesa. È nella comunione con i discepoli del Maestro che la nostra profezia viene passata al vaglio e purificata dall’orgoglio che si può sempre insinuare in ognuno di noi.

Ma ci vuole coraggio anche nella Chiesa: essere profeti nella comunità cristiana è un compito difficile, perché “nessuno è profeta in patria”. Ci vogliono “tutto il cuore, tutta l’anima e tutta la mente”.