Fonti disarmoniche

Nei testi biblici troviamo spesso molte contraddizioni e incoerenze, si sa. Nella ricerca biblica degli ultimi secoli quelle contraddizioni sono solitamente state gli appigli per distinguere strati di testo diversi, varie redazioni e così via.

            C’è però un modo di costruire i testi biblici che è all’origine di moltissime di quelle incoerenze e che a noi sfugge.

            Prendiamo un esempio famoso, il testo del diluvio universale (Gen 6-9). Quante coppie di animali Noè fa entrare nell’arca? Una per specie (Gen 6,19-20) oppure sette per i puri (Gen 7,2)? Quanto dura la pioggia, quaranta giorni e quaranta notti (7,12) oppure un anno (7,11)? La fine del diluvio è verificata inviando una colomba per tre volte (8,8-12) oppure è Dio direttamente a comunicarlo (8,15-17) oppure è stato un corvo a segnalarlo (8,7)?

Ovviamente, sappiamo che questi racconti furono probabilmente trasmessi a voce per lunghissimo tempo prima di essere messi per scritto. Come è normale, si riempirono di modifiche, adattamenti, gusti vari, che finirono col diventare differenze identificanti: un gruppo raccontava il diluvio in questo modo, un altro in quel modo diverso, e ognuno si riconosceva nel proprio racconto, percependo invece quello degli altri come un poco strano. Forse, addirittura, sbagliato.

Se fossimo stati noi a mettere mano al testo, probabilmente avremmo identificato gli elementi comuni e avremmo cercato di raccordarli con il massimo della coerenza possibile, oppure ne avremmo scelto uno, più importante e noto, e avremmo tenuto solo quello.

Ma non era questa la scelta dei redattori antichi della Bibbia.

            Chi decise di mettere per scritto il racconto del diluvio, trovandosi davanti a diverse forme dello stesso racconto, ognuna collegata a un determinato luogo o gruppo, decise di inserire nella Genesi quanti più particolari possibile. Nel testo definitivo confluivano le diverse tradizioni, anche a costo di entrare in contrasto tra di loro, perché ognuno doveva ritrovare la propria versione, doveva riconoscersi “a casa”, sia pure in un racconto unico che inglobava in sé anche “case” diverse. Noi tendiamo a costruire degli ambienti comuni (in questo caso il testo scritto), lasciando che al limite ognuno si edifichi anche delle “stanze” proprie (le tradizioni non scritte, le modalità di commento…). Allora preferivano costruire un unico edificio comune, in cui le diverse “stanze” al limite venissero da concezioni diverse. Trovando il “mio” testo nell’elaborato comune, potevo riconoscere il risultato finale come affidabile, autorevole, “ispirato”, e di conseguenza ammettevo come affidabile e autorevole anche tutto il resto che in quel libro trovavo, riconoscendo valore anche alle versioni alternative alla mia.

            Si tratta insomma di una comunione fatta non per sottrazione (diciamo solo quello che abbiamo in comune) ma per addizione (diciamo tutto ciò che raccontiamo, e ognuno si abituerà a considerare accettabile anche ciò che viene dagli altri, fosse pure con qualche conseguente problema di coerenza). È uno stile di scrittura di testi religiosi, ma quindi anche uno stile di comunità religiosa. Quasi a scoprire che anche qui il risultato comunitario è ben più della somma delle singole parti. E che forse anche noi, oggi, potremmo imparare qualcosa su come gestire le comunità (non solo religiose?) nostre.