Focacce

Abramo, quando vede arrivare i tre forestieri che decide di ospitare e che saranno tanto significativi per il suo futuro, macella un agnello e chiede a Sara di preparare delle focacce (Gen 18,6). Lo stesso cibo offrirà Gedeone a un visitatore altrettanto sconosciuto e divino (Gdc 6,19-21). Una focaccia chiede Elia a una vedova di Zarepta di Sidone (1 Re 17,13) e si vede offrire da un angelo in visione (1 Re 19,6). Focacce entrano nelle offerte (Es 29; Lv 7; Nm 6) e le focacce vengono in mente quando bisogna inventare qualche similitudine (la manna: Es 16,31; Efraim: Os 7,8).

            Perché le focacce erano così presenti? Per noi, in fondo, si tratta di un cibo più inconsueto e raffinato del pane (probabilmente bisogna escludere dal novero gli studenti quando hanno scuola anche al pomeriggio). Ma il sospetto, quando nell’Antico Testamento si parla di pane, a vedere come viene preparato, è che in realtà siano la stessa cosa.

            Si tratta di un impasto veloce, fatto con acqua, farina, a volte olio, senza lievito. È il cibo che entra (obbligatoriamente) nella cena pasquale, è il cibo che Gesù decide di spezzare dicendo «Questo è il mio corpo». Si tratta del cibo più consueto, quotidiano, banale, semplice e immediato da preparare. È ciò che tutti riescono ad avere (la vedova di Zarepta ha ancora quello, poi si rassegna a morire di fame). E non è un caso che assomigli a quella che ormai siamo abituati a chiamare “piadina” (anche se non sarebbe proprio la stessa cosa) e dentro cui vediamo avvoltolare il kebab.

            È il cibo di tutti, quello senza pretese, quello da tutti i giorni, quello che nel vicino oriente spesso era (ed è) utilizzato come piatto su cui posare le altre vivande. È quello che Gesù ha deciso di porre come simbolo del suo darsi quotidiano, semplice, senza pretese, ma presente e disponibile ovunque.

            Per noi che siamo abituati a consumare di solito pane lievitato, quella focaccia azzima non richiama più la quotidianità (e nell’ostia non mettiamo neppure l’olio!), perché qualche secolo fa si è deciso che fosse preferibile essere vicini all’originale, a costo di perdere in evocazione. Chissà, magari è andata meglio così, anche se la prima cosa che dobbiamo fare, oggi, nello spiegare il segno del pane nella messa, è di chiarire che quello è davvero pane…