E Dio si fece Bibbia

In questa rubrica ci concentriamo su aspetti della società vicinorientale antica che possono influenzare la nostra lettura dei testi biblici.

Per una volta, però, ci concentriamo sui sottintesi di più vasta scala di questa impostazione. Più fondamentali. Più teologici.

È possibile (anzi, spero!) che molto o tutto ciò che segue sia scontato per chi legge. A volte, però, può essere utile esplicitare i sottintesi. Come quando si decide di fare una pulizia approfondita della casa (o del computer!) si possono trovare scheletri che non si ricordava più di avere.

Affermare che la conoscenza più approfondita della società, della lingua, delle consuetudini antiche aiuti a comprendere meglio il messaggio della Bibbia, comporta ammettere che quel messaggio (che per ora e per semplicità potremmo chiamare “rivelazione di Dio”) si dica in termini umani. D’altronde, se un messaggio rivolto agli uomini non fosse espresso in modalità umane, non sarebbe capito.

Qualunque comunicazione, però, oggi ci è molto chiaro, dipende dal mezzo utilizzato, ne è condizionata. Ad esempio, scegliere di parlare anziché di fare vedere un’immagine comporta di essere meno immediati ma più precisi, meno efficaci e memorizzabili ma più rielaborabili, e così via… Anche scegliere di esprimersi in una lingua anziché in un’altra condiziona il messaggio: una comunicazione in piemontese è probabilmente percepita come più di nicchia, situata, è di certo più concreta e forse affettivamente carica, ma meno flessibile nel veicolare idee astratte, eccetera.

Possiamo insomma dire che accettare di esprimersi con un determinato mezzo implica di accoglierne almeno alcuni condizionamenti. Implica di entrarvi dentro, di lasciarsene plasmare. Scegliere di esprimersi all’interno di una cultura comporta di inculturarsi, di lasciarsi da quella configurare, almeno in parte.

Vale anche per Dio, ovviamente. Che decida di comunicarsi all’interno di determinate culture, situate nello spazio e nel tempo, con tutti i loro limiti e opportunità, implica di incarnarsi in quelle culture. Dio ha iniziato a incarnarsi non con in Gesù, ma con il Primo Testamento.

Questa incarnazione, peraltro, comporta anche che Dio possa dunque essere comunicato in termini umani. Che Dio possa essere colto, pensato, trasmesso in termini umani. Che questi termini umani sono “capaci di” Dio e ne condizioneranno la comprensione.

È la sconfessione di ogni fondamentalismo, perché non può esistere la modalità perfetta, intoccabile, di espressione del divino, ma sempre una modalità situata nel tempo e nello spazio e quindi passibile di revisione. La sfida, semmai, sarà quella di cogliere ciò che non muta dentro a questo “relativismo” e provare ad esprimerlo in un’altra cultura ancora. Ma questo, più che la soluzione di un problema matematico, assomiglia a una creazione artistica.

Un’altra conseguenza è anche che nell’umano si può davvero trovare il trascendente, il senso ulteriore. Che non si identificherà in nessuna cultura ed espressione (il divino non può essere requisito da nessuno) ma che si potrebbe trovare in ogni contesto e modalità comunicativa umana.

possibili didascalie di accompagnamento alle immagini:

Giotto, adorazione dei magi: Vestire i magi con abiti del tempo del pittore può essere storicamente discutibile… ma forse non del tutto inappropriato teologicamente.