DIGIUNO SI’, DIGIUNO NO Mt 9,14-15


In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Mt 9,14-15

Pratica interessante e importante quella del digiuno, presente praticamente in tutte le principali tradizioni religiose seppure con forme diverse. Una pratica di libertà dai propri istinti e bisogni, dal ripiegamento su se stessi. Una pratica che invita al riconoscimento del valore delle cose e quindi al loro giusto utilizzo, che apre il cuore alla condizione dei bisognosi e dei sofferenti. Al contempo costringe ad un vero atto di umiltà nel senso etimologico del termine: costringe a riconoscere la nostra radicale dipendenza dalla terra, dal nostro corpo e dalla sua fisiologia, smontando quel delirio di onnipotenza che sempre accompagna il desiderio umano.

E allora perché i discepoli di Gesù, e l’ipocritamente taciuto loro maestro, non digiunano? Questa è l’accusa dei loro zelanti detrattori.

Gesù non disprezza o sottostima il digiuno, ma lo riconduce al suo contesto più autentico e umanizzante: quello sponsale che è al contempo un contesto relazionale e festoso.

Relazionale: perché il bene dell’altro è l’unico motore capace di rendere significative tutte le esperienze umane. Non c’è valore, dalla padronanza di sé, al riconoscimento dei propri limiti, alla capacità di dono e condivisione, che sia davvero tale se non è rivolto al bene di chi ci sta a fianco.

Festoso: perché l’esercizio del dominio di sé, l’esercizio della rinuncia a favore d’altri non devono diventare pratiche di autocompiacimento o superbia, ma servire a gustare la gioia della libertà che non è semplicemente fare ciò che si vuole, ma poter fare sacrifici per un bene più grande e appagante. La limitazione, insomma, come modalità di far spazio all’altro che va dal soccorso del più bisognoso al rispetto della terra e che permette di scoprire uno stile di vita più semplice ma anche gustoso e liberante.

Questo diventa allora il criterio e la regola (o l’eccezione) per ogni pratica religiosa dal digiuno alla preghiera: se producono gioia e il bene del fratello sono valide, altrimenti meglio lasciar perdere.