DI CASA E DI PACE LC 10,1-9

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

LC 10,1-9

L’augurio più bello e più vero per questo S. Valentino parla di casa e di pace.

Di casa, perché ogni promessa chiede di abitare il mondo. Una promessa non è ovunque e in nessun luogo; è data, qui ed ora, da una bocca a un orecchio – o in una stretta di mani, o di abbracci – che vivono nella storia e una loro storia: fatiche e mancanze, con uno sguardo però ancora e sempre attento a un oltre che potrebbe arrivare. Promessa sono passi che vengono alla nostra casa, quelli della prima lettura di oggi (Is 52) “belli sui monti… buone notizie”. Promessa sono passi che vanno verso altre case, con passo sollecito (“non fermatevi a salutare”) e trepidazione (“come agnelli in mezzo ai lupi”); non funzionari ma inviati “a due a due”, persone che realizzano insieme, anzi tutto nella loro reciproca prossimità, un cammino e una ricerca, di casa e tra case. Sono molte le case, con storie diverse: ciascuna – la nostra compresa – ha una porta da aprire a colui che viene, anche e soprattutto quando inatteso e a volte faticoso (forse proprio per questo capace di essere sorprendente); e ognuno – noi compresi – ha una porta a cui bussare, portando lieta presenza.

Di pace, perché questa è la promessa custodita in ogni casa, quando si apre una porta. Pace è nell’accoglienza di ciò che si ha e si è, a partire dalla propria presenza povera e disarmata: né sacca, né sandali. Pace è riconoscere il proprio bisogno, di pane di vino e di incontro. Pace è fedeltà, a questa possibilità di incontro. Pace è donare senza pretendere, se mai gioire dell’accoglienza: un dono che scende nel profondo dell’altro, se accolto, ma che non svapora se non riconosciuto, perché dimora nel cuore in una nuova attesa. Non è forse “perfetta letizia” quella che S. Francesco fa affiorare sulla penna e nel cuore di frate Leone, quando una porta non si apre? E non è forse la casa un diritto ad abitare il mondo da riconoscere a tutti, senza discriminazione di sorta, se si vuol sognare la pace? Le case: “nascosti fra le loro mura i segni e, soprattutto, i sogni dei bambini che le abitano”, “rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer…” (presentazione di Le case degli altri bambini, Orecchio Acerbo 2015).

L’amore, come la giustizia e come ogni promessa, non si misurano contabilizzando favori e meriti, individuali e sociali, ma tenendo aperti casa e cuore al bisogno dell’altro – in cui si riflette, per l’occhio in pace, il proprio. Davvero, nella casa che accoglie e dona la pace, “è vicino il regno di Dio”: l’amore è a portata di cuore.