Dall’occhio al cuore: una teoria del tutto Mt. 5, 27-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Mt. 5, 27-32

C’è qualcosa di noi che siamo tentati di far valere più del resto: la mano con cui afferrare il mondo, l’occhio con cui catturarne l’immagine, la decisione che ci mette al primo posto perfino nei rapporti affettivi. Lo facciamo valere molto, quel senso di poter fare e la sensazione di ridurre in nostro potere quanto ci sta intorno: forse non per malvagità, certo per paura, forse non per crudeltà, più facilmente per l’insicurezza che ci accompagna.

E però, questa nostra ansia di sottomettere alla nostra mano e al nostro sguardo, così come alla nostra decisione, tutto quanto sia in relazione con noi, finisce per pervertire profondamente il nostro cuore. Ciò che sembra darci forza e sicurezza svela la nudità nostra interiore, e lì dove si coagulano i simboli di una forza presunta emerge la fragilità che siamo: la fragilità del vaso di creta di cui parla Paolo nella prima lettura di oggi (2Cor 4,7-15: “abbiamo un tesoro in vasi di creta”).

C’è dunque altro che vale di più, ed è il tesoro che sta nel cuore profondo di noi stessi, lì dove siamo abitati da una Vita che fa risplendere il tutto che siamo. “Il tutto è superiore alla somma delle parti”, ricorda papa Francesco parlando della gioia del vangelo: non basta dominare tasselli di mondo per sentirci a casa, né fare a pezzi l’altro con occhio vorace, e squalificante, per essere davvero realizzati; solo la mano e l’occhio che vibrano in sintonia, sulla corda della bella notizia annunciata ad ogni uomo, e a tutto l’uomo, si aprono a sentire – e a loro volta a rendere – il mondo abitabile, ospitale, sicuro e armonico nella pace. È una teoria del tutto per la quale nessuno è sacrificabile a pur importanti scopi, né ci può essere offesa violenta giustificabile in nome di qualche legge parziale (della razza, del benessere, del possesso di una verità religiosa). Vero sacrificio è invece riconoscere e lavorare sulla parte rapace di noi, così malata da privarci dell’autentico senso del tutto.

Nel Castello interiore di Santa Teresa brilla una luce interna a noi stessi, che solo l’occhio in cerca di verità sa vedere: una luce che “occupa tutto nella sua immensità”. È ancora Paolo in 2Cor a lumeggiarne il tratto: una luce che resiste anche dove “tribolati… sconvolti… colpiti…” ma non “schiacciati… disperati… uccisi”, perché c’è perfino una morte che genera vita, quando si tratta della qualità del morire incarnata in Gesù: il dare la vita come resa al prossimo nella forma dell’amore incondizionato e gratuito.

“Avete inteso… ma io vi dico…”: non l’esortazione a una perfezione quantitativa (sempre di più), ma l’invito a scoprire nel profondo del cuore, aperto al tutto dell’esistenza, il compimento possibile di ogni attesa amante e amata, nella forma dell’accoglienza incondizionata dell’altro. Fragile il vaso, ma vitale il tesoro che – dirà Matteo poco oltre – attende di essere cercato con il cuore, poiché “dov’è il tuo cuore lì è il tuo tesoro”; che attende di esser colto da un occhio cristallino, divenendo lampada per tutto il corpo, e che la mano non asservirà all’accumulo ossessivo bensì alla giustizia del regno (Mt 6,19-22).