Come sappiamo bene, i preconcetti culturali sono quelli più difficili da combattere, perché solitamente non ne cogliamo neppure l’esistenza: essendo sottintesi, non ne parliamo mai e possiamo immaginare che non esistano.

La nostra cultura, per esempio, è profondamente individualista. Non nel senso che non sappia riconoscere il valore della comunità e della dimensione sociale dell’essere umano, ma perché a contare è l’individuo. Siamo radicalmente (e “scontatamente”) convinti che ogni persona sia detentrice di passioni, gusti, sogni e progetti che sono personali e che ha il diritto di cercare di vivere fino in fondo. Attribuiamo, per questo, una grande importanza alla “originalità” e, pur seguendo le mode, ci sforziamo di dimostrare, a volte addirittura ai nostri occhi, che si tratta non di adeguamento a modelli esteriori ma di scelte personali. «Siate originali, non fotocopie!» è uno slogan che ci conquista immediatamente, perché risponde al nostro modello umano sottinteso (che poi sia uno slogan, quindi un modello a cui adeguarci, ossia strutturalmente l’opposto di ciò che dice, non pare scomporci).

L’antichità, e soprattutto quella in cui affonda le radici la Bibbia, non ragionava così. Al centro c’era il gruppo umano, o addirittura l’enorme gruppo dell’umanità tutta. Rispetto al valore dell’individuo, si marcava l’importanza del contesto in cui l’individuo nasceva e veniva istruito. Contavano le attese del clan, della società ristretta di cui si faceva parte e che garantiva riconoscibilità. Ci si aspettava, per dire, che i “Fracchia della Rocca” fossero tutti un po’ conoscitori di Bibbia, appassionati di lingue e di musica. Chi incontrava un “Fracchia della Rocca” immaginava di trovare questo e questo chiedeva. Chi cresceva in quella famiglia, sapeva che questa era la sua competenza (e aveva in famiglia qualcuno che lo aiutava a coltivarla) e se proprio non riusciva ad appassionarsene, era considerato, e si considerava, “strano”. E siccome una delle spinte della nostra umanità è quella a essere accolti e considerati da un gruppo umano, era più semplice adeguarsi alle attese sociali (che erano del mondo intorno, ma quindi inevitabilmente fatte proprie dal singolo) che combatterle. Peraltro, se a qualcuno dei miei lettori questa presentazione sembra non del tutto arcaica, potrebbero aver ragione gli antropologi statunitensi che la presentano come “modello antropologico mediterraneo”, ritenendo che valga ancora oggi (gli autori europei aggiungono “antico”).

D’altronde, coerentemente con questa impostazione, si riteneva che le vere intuizioni profonde e giuste sul mondo non potessero essere frutto della mente isolata di un singolo. Se si trattava di un’interpretazione corretta del reale, era probabile che fosse già stata raggiunta da altri. Se nessuno l’aveva colta, era perché era falsa. Se noi tendiamo a presentare come autonome e originali scelte che ci vengono da altri, quel mondo culturale tendeva a spiegare come le proprie opzioni, apparentemente originali, erano in realtà in sintonia con le riflessioni di chi era venuto prima. È questa una delle ragioni, e non la più secondaria, per cui di così tanti autori dell’antichità non conosciamo neppure il nome: se il creatore di un’opera aveva dato voce a una sapienza condivisa da tanti altri, non era significativo ricordarne l’identità, ma se invece era stato originale, non valeva la pena starlo ad ascoltare.

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Questo assunto culturale inizia ad andare in crisi a partire dai profeti, che cominciano a parlare di responsabilità personale: a noi sembra quasi una banalità, per loro era una rivoluzione. Ma quel pregiudizio culturale continuerà a essere condizionante a l