Cogliere l’essenziale

Nel nostro rapporto con la Bibbia, e soprattutto con l’Antico Testamento, molti di noi attraversano alcune fasi, più o meno prevedibili. E questo sia che per noi la Bibbia abbia un ruolo di guida, sia che ci sembri più un incubo da abbattere.

            In una prima fase pensiamo che la Bibbia, e soprattutto l’Antico Testamento, sia come il codice di procedura civile (o forse penale…): una raccolta di regole, di norme da evitare o da adempiere, per non incappare in multe che vengono da Dio. Magari, per poter presentare istanze che possono avere più speranza di essere accolte se ci presentiamo con la fedina penale pulita. Capita allora che ci sia chi si chiede “Che cosa dice la Bibbia sulle manipolazioni genetiche?”. Spesso chi si trova in questa fase, nella quale a volte ci si ferma, pensa più o meno che Dio abbia dettato questo corpo legale a Mosè o a diversi autori. Ossia, quando si dice “Parola di Dio” si intende proprio, letteralmente, che è ciò Dio ha dettato.

            Se in questa fase si inizia a leggere davvero la Bibbia, probabilmente restiamo un po’ spiazzati. Intanto perché insieme alle leggi c’è un mare di altre cose: racconti, poesie, genealogie… E se possiamo capire che le leggi vengano introdotte da qualche raccontino per renderle più attraenti, bisogna ammettere che a qualcuno è sfuggita la misura del racconto, che non solo è amplissimo, ma spesso è anche decisamente poco edificante. Se poi si riesce ad arrivare alle leggi, ci si rende conto che sono incoerenti tra di loro e lontane della nostra vita. C’è chi si diverte a stuzzicare questa intuizione con domande paradossali: «In Esodo 21,12 si dice che devo mettere a morte chi uccide, anche per incidente: ma posso cambiare modo di uccisione, o devo mantenere lo stesso che hanno usato loro?»

            Entriamo allora nella seconda fase, in cui capiamo che una legge nuova, sullo stesso tema, probabilmente vale di più di quella vecchia, va preferita. Pensiamo quindi che queste leggi vadano cercate nel Nuovo Testamento, con due conseguenze. Intanto ci ritroviamo in una confusione e scarsità legale ancora maggiore di prima, e poi non riusciamo più a capire perché continuare ad usare anche l’Antico Testamento, zeppo di follie, crudeltà, incoerenze, gemme, intuizioni, regressioni, tutto mescolato.

            Chi non si fosse stufato e continuasse umilmente a provare a capirci qualcosa, potrebbe arrivare ad intuire che ciò che ci viene offerto in quelle pagine non sono le clausole di un contratto. Piuttosto, ogni pagina è il riflesso dell’incontro di varie persone con ciò che loro chiamavano “Dio”. Un riflesso che però dipende, per così dire, dal materiale di partenza e dal mezzo di trasmissione del riflesso.

            Il materiale di partenza: perché l’esperienza di vita di un pastore del ix secolo a.C., che sa di non poter contare su nessuna legge che lo protegga ma solo, se va bene, sui suoi legami personali o familiari, non è quella di un dotto del iii secolo a.C. che vive in una società cosmopolita ed elegante, almeno formalmente rispettosa di alcuni diritti umani. In alcuni contesti la legge del taglione è già un limite alla violenza, in altri si è imparato a desiderare il bene anche del nemico. Solo che nella Bibbia troviamo tutti i contesti, insieme.

            E poi il mezzo di trasmissione del riflesso: c’è chi racconta storie, chi poemi, chi ragiona sui testi antichi, chi scrive leggi (che dipenderanno dall’ambiente in cui nascono… relative come tutto il resto). Non è Dio che ha dettato, sono gli uomini che pensano di aver capito qualcosa su Dio e provano a trasmetterlo. Ognuno con la propria sensibilità, nel proprio tempo, secondo le proprie convenzioni. Ecco il motivo dell’incoerenza nei racconti biblici, che presentano la stessa varietà della vita umana. Ecco, tra l’altro, perché la tradizione biblica non ha avuto paura di tradurre il proprio testo. Perché conta il contenuto, non la forma: Dio non parla in ebraico.

            A questo punto anche degli scritti nati in un’altra cultura più di duemila anni fa diventano interessanti. Perché se ci dicono la “parola di Dio”, ce la dicono in termini umani, dentro una vicenda umana. Possono essere ancora interessanti se mi chiederò che cosa volevano dire allora e che cosa quel messaggio potrebbe continuare a significare per me oggi. La pretesa del credente, infatti, non è che Dio abbia dettato, ma che continui a incontrarci come aveva incontrato quegli uomini di allora.