…Che pena!

Sentita così, la suddetta esclamazione utilizzata come titolo del presente contributo figurerebbe quasi come fautrice di una sgradevole impressione.

Quale pena condanna l’esistenza di chi, con sguardo pre-giudicante e toni sentenziosi, relega un soggetto che è Persona alla sua colpa, al suo errore, al suo peccato per dirla anche in termini religiosi!? Viviamo tempi che, seppur limitati nell’azione, sono comunque continuamente sbilanciati verso l’autopromozione della propria dimensione esteriore e non permettono una giusta sottolineatura nei confronti di quel nostro “essere”.

Quest’anno la scuola italiana, in mezzo alle innumerevoli difficoltà, ha aggiunto il percorso trasversale tra le discipline curricolari relativo all’ambito dell’educazione civica. Un’occasione che reputo particolarmente importante se intesa nella sua spendibilità pratica più che mera acquisizione teorica. Ho avuto la fortuna ed il dono di poter ricevere la disponibilità da parte di un ex criminologo in quiescenza rispetto ad un ciclo di lezioni sui temi del reato e della pena. È stato interessante poter notare come studenti e studentesse fossero particolarmente dediti all’interazione in termini di domande, di curiosità e di approfondimenti.

C’è un significativo desiderio di sentire storie che non siano romanzi o fantascienza ma “vita vissuta” che si fa testimonianza e monito affinché quel percorso di libertà responsabile possa svilupparsi fondandosi su scelte che derivano da ragionamenti e non viceversa.

Se prossimi alla fine del mondo dovessimo scegliere 5 persone da poter salvare affinché queste possano dare vita ad una nuova società in un altro pianeta, la nostra scelta certamente verterebbe per lo più attorno a stereotipi di perfezione: dottori, docenti, ricercatori, etc…

Pare quindi chiaro che il giudizio è una condanna talvolta ancora più dura nella pena se i nostri occhi e quindi il nostro modo di esprimerci sono velati dal pregiudizio. La primavera che qualche giorno fa ha inaugurato una nuova stagione ci racconta di una bellezza capace di rinascere, di essere nuova vita e – non so se avete fatto caso – quest’anno la coincidenza è stata veramente un segno dei tempi.

Il 21 marzo era domenica ed il vangelo di Giovanni diceva: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.”

Lasciamoci allora guidare da questo insegnamento che davvero è antico e sempre nuovo, come il comando a sintesi del messaggio evangelico per un’umanità che, seppur postmoderna nei toni e nei modi, fa ancora fatica ad amare il prossimo come (dovrebbe amare) se stessa.