(Anche) Questa è la scuola ai tempi della DAD.

“Si avvicina alla cattedra ad ora conclusa mantenendo le distanze imposte anche dal periodo e sotto la mascherina mi dice: “Prof., posso offrirle una caramella!?”

La ringrazio, le chiedo se sia oggi il suo compleanno e con semplicità mi smentisce asserendo che aveva solamente pensato di fare un gesto che potesse “addolcire” questa situazione così complessa.

Igienizzo le mani e dopo averne pescata una la ringrazio. Felice ne offre all’intera classe premurandosi che tutto rispettino le misure igienico-sanitarie.

Le reazioni sono varie…c’è chi le dice: “Te le avranno regalate”, chi pensa siano prossime alla scadenza, chi resta sospeso tra stupore e diffidenza, chi abituato all’indifferenza la esercita in maniera crescente.

Chissà se questa pandemia ci purificherà anche il cuore e non si fermerà ad igienizzare, l’esteriorità”.

Ho deciso di iniziare questo contributo ri-condividendo anche in questa sede un rapidissimo post datato qualche settimana fa con il quale, tramite Facebook, volevo che qualcosa mi ricordasse di come ci stiamo relazionando con questo periodo purtroppo ancora così pandemico. Mi piacerebbe, a partire dal secondo contributo per il mese di aprile, avere un con voi pazienti lettrici e lettori un’interazione che sia di dibattito sui e nei contenuti, per ridare senso a tutta questa virtualità affinché non si fermi al “pollice alzato” o all’”emoticon di turno” ma diventi spazio per la riflessione pedagogica ai tempi del Covid-19 e non solo.

È chiaro ed evidente che quelle manifestazioni di insofferenza che preadolescenti ed adolescenti hanno e stanno palesando costituiscono un indicatore importante per chiunque, a diversi livelli,  si occupi nel presente, del futuro.

Cerchiamo di essere comprensivi quando casualmente in quella determinata ora di lezione la connessione salta o lo schermo ha improvvisamente smesso di funzionare così come siamo diventati estimatori esperti di tecniche di imbiancatura dopo infiniti richiami a posizionare la telecamera all’altezza dei loro volti e non delle loro volte o soffitti che dir si voglia.

Dobbiamo però non limitarci ad una passiva e/o affettuosa collaborazione nell’attesa che passi la “tramontana” quanto piuttosto essere capaci di ripuntare in alto ma non le telecamere, i nostri interventi educativo-formativi. Quell’essenza in divenire ci richiama nell’arte della tessitura ben rappresentata da Penelope dedita alla fatica e all’attendere certo: due elementi che sono come gambe per chi in maniera più pedagogica che filosofeggiante desidera “dare un segno” (insegnare) educando (tirando fuori).

Fiducioso in vostri preziosissimi riscontri ringraziandovi ancora vi saluto e spero di poter scrivere ancora ma…con Voi!