Altro che social challenge…sarebbe meglio tornare a (pre)occuparsi di social change!

Allibito dalla notizia ormai trascorsa da qualche tempo, credo che anche a fronte di questo sia il caso di riprenderla. Ricorderete il tristissimo episodio avvenuto verso la metà di gennaio che ha colpito una bambina decenne vittima di una “sfida” presente su TikTok.

Obiettivo, spingersi ai limiti dell’oltre e dell’elevatissimo tasso di rischio dando esibizione di questa malsana pratica dannosa da ogni punto di vista. Ho voluto commentare il fatto con diverse classi in cui insegno per cogliere pareri, osservazioni, commenti e proiezioni che ovviamente sono risultati differenziati a seconda dell’età di chi li stesse compiendo.

Una prima osservazione che desidero condividere con voi è quella traversale verificatasi in tutte le quinte superiori che hanno sottolineato quanto e come fosse inopportuno che a 10 anni una bambina non solo avesse il cellulare ma soprattutto potesse farne un uso libero e non controllato dalle figure educative preposte.

Hanno ricordato che il loro primo smartphone (qualcuno mi ha giustamente corretto nel lessico asserendo che se fossero i primi e classici telefonini quanto successo non sarebbe capitato) lo hanno ricevuto intorno ai 14 anni mentre il sottoscritto, con il doppio dei loro anni, lo ebbe come regalo dei 18 anni.

C’è insomma un’immediata accessibilità e forse un’eccessiva digitalizzazione ed esposizione alla stessa che aumenta un modo di (non) vivere e comunicare mediato e si traduce in un’impacciata comunicazione in presenza. Una studentessa ha giustamente segnalato come sia doppia la finzione perché i social permettono anche identità non reali e/o fortemente filtrate e soprattutto in alcuni casi chiedono di recitare una parte per aumentare le visualizzazioni e quindi il numero di persone che rimangono colpite non per un’oggettiva novità o un reale talento ma per quel mostrarsi all’insegna dall’apparenza più che della sostanza.

Restiamo quindi come storditi dall’eccesso e dal “sempre di più” per cui basta un non nulla e tutto questo acquisisce la sua reale essenza ovvero il niente. Penso ad un’espressione che utilizzò D’Annunzio dinnanzi alla madre morente: “La mia armatura ha un fallo ed adesso temo la ferita”. Lui, dall’alto del suo estetismo e quindi dell’estrema attenzione all’esteriorità più che alla dimensione interiore si sente come destrutturato e fortemente destabilizzato davanti al pallore ed all’immobilismo che la malattia impone.

C’è insomma, un inganno nel volersi soffermare all’apparire e quindi all’apparenza e credo non sia casuale la domanda che Gesù Maestro rivolge ai suoi: “Voi, chi dite che io sia?!