Intorno al 175 a.C. intorno a Gerusalemme si scatena quella che, secondo gli abitanti della Giudea del tempo, è una persecuzione, da parte dell’ellenismo, incarnato in particolare in un re, Antioco iv Epifane.

Chi conosce la cultura antica resta perplesso, perché la rivoluzione culturale dell’ellenismo, che comporta la lingua greca ma anche la retorica, i commerci, l’universalismo, la commistione tra etnie, una certa (molto relativa!) mobilità sociale, altrove non si impone mai con la violenza, ma semplicemente con la fascinazione del “moderno”, del “nuovo”, del “liberante”.

Se sostituissimo al greco l’inglese, a Roma gli Stati Uniti d’America, alle terme e palestre i palazzetti e gli stadi, verrebbe da pensare di trovarsi nella nostra situazione culturale, dove la tutela delle antiche tradizioni (fatte anche di profondità spirituale, benché pure di fissità nelle relazioni) sembra essere contestata da un movimento “nuovo” anche se a volte troppo concentrato sui soldi e superficiale.

A raccontare quella storia sono soprattutto i due libri dei Maccabei (il secondo, in realtà, riprende in modo più verboso una parte del racconto del primo). Dovremmo quindi pensare che nella Bibbia siamo invitati a resistere, se serve anche con la forza, alle culture nuove?

Forse no.

Nella stessa situazione storica viene composto anche un altro libro biblico, quello di Daniele, secondo il quale i fedeli devono mantenere la fedeltà a livello personale, ma possono (devono?) entrare nelle situazioni culturali nuove, senza avere paura di farsene contaminare. Anzi, dice anche che il potere, tutto il potere sempre, deriva dalla bestia malvagia che si finge Dio e la serve. Tutto il potere, anche quello “buono” dei sovrani come gli Asmonei, la dinastia che viene portata al trono dalla rivolta maccabaica.

Parrebbe, insomma, che nella Bibbia ci venga suggerito che di fronte al medesimo problema storico, nello stesso contesto culturale, sono possibili risposte diverse. Non ci si può semplicemente appellare alla Bibbia, che non offre ricette e anzi sembra suggerire reazioni variegate ai medesimi stimoli. La strada per comprendere che cosa la Bibbia ci può indicare, come strada di vita, è più complessa.

E forse ci suggerisce anche di guardare alla storia con leggerezza e ironia: il libro di Daniele, che invita ad aprirsi al mondo esterno, inizia e finisce in ebraico (per poi passare all’aramaico ed essere completato dal greco: il libro linguisticamente più caotico di tutta la Bibbia), mentre i libri dei Maccabei, che invitano a chiudersi rispetto alla tentazione ellenistica… sono scritti in greco.