Noi siamo abituati, quando affrontiamo questioni di fondo (scientifiche, culturali, filosofiche…) a trattati astratti, generali, che anche nella forma esteriore pretendono di valere per tutti allo stesso modo. Solo con i bambini usiamo le favole, che hanno la stessa pretesa “generale” (non solo di far addormentare, ma anche di insegnare come si vive, e questo cercano nelle favole i bambini, ancora più degli adulti) ma comunicano tali questioni di fondo raccontando storie. L’antichità tutta prediligeva lo strumento del mito, che in fondo è un altro modo per indicare una storia che vuole spiegare realtà generali. Noi trattiamo a volte i miti come se fossero formulazioni ingenue e superficiali, ma quasi sempre intendono veicolare tesi lungamente meditate e spesso interessanti.

Non è diverso per il mondo della Bibbia, che si affida al racconto per parlare di Dio e, soprattutto, dell’uomo. Prima ancora di guardare al contenuto (nei prossimi appuntamenti), vale però la pena di dare un’occhiata chiarificatrice allo strumento utilizzato.

La gran parte del messaggio del Primo Testamento sull’uomo è raccolto nei primi quattro capitoli del libro della Genesi. Potremmo immaginare, sul modello dei romanzieri contemporanei, un autore o un gruppo di autori che si mettono a scrivere, partendo dalla prima fino all’ultima pagina, per il gusto di avvincere e affascinare i lettori, ma sarebbe un’immagine fuorviante.

Sembra oggi altamente probabile che questo libro sia infatti stato composto dopo che gli ebrei, conquistati dall’impero babilonese (nel 587 a.C.), si videro deportare nella lontana capitale mesopotamica le élite economiche, politiche, religiose e culturali del paese. Lo scopo di tali deportazioni era di impedire che chi rimaneva nei territori conquistati avesse voglia o eventualmente la capacità di far partire e coordinare una rivolta; lo scopo, quasi sempre, veniva raggiunto. Normalmente i deportati si adattavano tristemente a fondersi nella nuova società in cui erano stati inseriti, perdendo la propria identità linguistica e culturale. Non è quello che succede agli ebrei, i quali non si scoraggiarono e decisero che la loro fedeltà al Dio dei padri doveva continuare, e per far ciò bisognava non dimenticare di essere un popolo solo, reso tale dalla fedeltà all’unico Dio degli antenati e che si riconosceva in un solo progenitore, Giacobbe/Israele.

In effetti il nome stesso del progenitore ci ricorda come l’approccio fosse inclusivo e accumulatorio. Qualcuno di quei gruppi, infatti, si riconosceva in un antenato chiamato Giacobbe, altri in un eponimo che era Israele, e la soluzione è di dire che i due nomi riguardavano la stessa persona, di cui si ricordavano gli atti astuti e duri che ne avevano fatto un personaggio potente.

Dopo aver raccolto tutte le storie che lo riguardavano (e che sono concentrate in Genesi 25-49), quegli autori ritennero però opportuno che tale storia fosse preceduta da un racconto che chiarisse meglio che a mantenere legati al Dio d’Israele non erano il rispetto formale di regole (né, peggio, inganni e violenza, che sembrerebbero, a prima vista, guidare l’esperienza di Giacobbe), ma quella fiducia in Dio che anche Giacobbe vive, anche se non è sempre facile vederlo: ecco che a quei capitoli vennero premesse le vicende riguardanti un personaggio che con tutta chiarezza aveva fatto della fiducia in Dio la propria linea guida, e che si era chiamato Abramo. Qui risaliva la storia ideale del popolo ebraico.

Ma gli autori di Genesi non erano ancora soddisfatti e ritennero che, anche se quasi tutta la Bibbia riguardava gli ebrei, il discorso dovesse partire dall’umanità intera. Ecco nascere i primi undici capitoli del libro, che non vogliono essere la cronaca dei primi secoli di vita del mondo, come è testimoniato dal fatto, ad esempio, che il primo capitolo non è narrativamente coerente con il secondo (vale anche per i miti, in effetti), ma una riflessione sull’umanità di sempre.

Un gruppo di persone battute, deportate, inserite in una città che contava forse più abitanti del loro intero stato, con templi enormi in oro massiccio (il loro era di legno con qualche foglia d’oro, forse sessanta metri per quaranta)… decidono che hanno però qualcosa da insegnare su Dio e sull’umanità. Non solo per sé (quello sarà il discorso da Gen 12 in poi), ma per tutti. Perché il loro Dio sa chi sia in profondità l’uomo e di che cosa abbia bisogno. E possono quindi insegnarlo anche ad altri.