Solitamente non ne parliamo e non ce ne rendiamo neppure conto, ma noi viviamo in un mondo in cui immaginiamo, scontatamente, che i beni che utilizziamo siano infiniti. Se compro qualcosa in un negozio, molto difficilmente mi viene in mente che quello non sarà più disponibile per qualcun altro. Addirittura, ci infastidisce dover attendere dei prodotti prenotati, che non siano immediatamente disponibili.

Questo tipo di atteggiamento (che ha non poche ricadute ecologiche…) è radicalmente diverso da ciò che accadeva nel mondo antico. Quello, forse perché aveva ancora le radici profondamente immerse nel mondo agricolo, riteneva scontato che i beni necessari all’umanità fossero in misura limitata.

Questo approccio, che aveva il suo senso nel mondo dei beni materiali, veniva implicitamente esteso, come facciamo noi, a tutto l’universo umano. Se Isacco benedice un figlio, non può benedire anche l’altro (Gen 27,38); se la terra è di un popolo, non può essere di un altro (Dt 7,1 eccetera); le relazioni di fiducia, anche con Dio, tendono ad essere esclusive (Es 20,5 eccetera).

Se questo è il presupposto, è chiaro che ogni forma di ricchezza, prima ancora di attirarsi l’invidia, deve sottrarsi al sospetto di ingiustizia: la ricchezza che è mia, non è andata ad altri. Ecco perché soprattutto chi era ricco (di soldi, ma anche di rispetto, di onore, di stima) doveva sottrarsi alle possibili accuse di ingiustizia: questo bisogno si esprimeva soprattutto mantenendosi trasparenti e aperti.

Soprattutto le persone importanti, dovevano mantenere aperte le porte delle loro case (altrimenti come potrebbe un prostituta entrare in casa di un fariseo mentre questo dà un banchetto privato? Lc 7,36-50). Ecco perché è particolarmente riprovevole l’atteggiamento dei ricchi nella parabola di Mt 12,16-21 o dell’epulone di Lc 16,20-31.

Possiamo individuare, tra le molte, almeno due altre applicazioni al Nuovo Testamento.

1) Anche il rapporto con Dio non sfugge a questo presupposto. Ecco perché la preghiera normalmente si fa in un luogo pubblico, e ad alta voce (cfr. Anna, che viene ritenuta ubriaca perché prega a voce bassa: 1 Sam 1,9-16). Quando Gesù invita a pregare nella solitudine della propria stanza, chiusa a chiave (Mt 6,5-6), oltre all’invito a non trasformare la preghiera in un’occasione di ostentazione sottintende anche che l’attenzione e la misericordia di Dio non siano contate, vadano sottratte a questa presunzione di limitatezza dei beni.

2) Solitamente, anche quando si acquista qualcosa, si presuppone che, al di là dei soldi che si davano in cambio del bene, quello restasse un privilegio, un favore che il venditore faceva a chi acquistava, che quindi, pur avendolo pagato, restava in debito. Tra l’altro, implicava che non si dovesse andare ad acquistare da qualcun altro, altrimenti ci si sarebbe indebitati (di favori) con altri ancora, mancando di riconoscenza a chi già ci aveva venduto dei beni una volta. Il “grazie, e siamo a posto così” si poteva accettare solo nei confronti di chi avesse nettamente più beni di noi… come Dio. Paradossalmente, tra pari la mancanza di ringraziamento poteva essere un segno di una relazione ancora aperta, che ancora avrebbe avuto bisogno di essere mantenuta. Con chi era superiore a me, ringraziare voleva dire che non avrei più avuto bisogno, e non sono in debito perché lui è molto più ricco di me. Acquista allora un tono più profondo l’episodio dei dieci lebbrosi guariti in Lc 17,12-19: tornare a ringraziare Gesù non implica che quel guarito è educato, ma sottintende che il samaritano ex lebbroso non avrà più bisogno di Gesù, ossia ritiene di essere stato sanato non da un guaritore (uomo come lui: con la possibilità che la malattia ricompaia), ma dal messia, il cui risanamento sarebbe stato perenne.